Marco Ansaldo
Giornalista di Repubblica
Inviato Speciale per la Politica Estera.
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Articoli >> NordCorea, vietato passeggiare

A Pyongyang, dove il controllo è totale

da Limes del 31.12.2009

PYONGYANG - <Mi dispiace, non si può passeggiare>. La strada che a Pyongyang, dalla grande Piazza Kim Il Sung, si dirama in ogni direzione della capitale nordcoreana, sembra avere tutto per invitare il visitatore a una bella camminata. Una vista spaziosa, un traffico moderato, marciapiedi larghi e alberati, bei negozi: un barbiere, un reparto di abbigliamento, lo spaccio di bibite, un ristorante cinese, una bottega di fiori freschi. Ma l’ordine dei due “angeli custodi” che, di regola, accompagnano ogni turista straniero è perentorio: <Non si può sostare né uscire dall’automobile. Ci dispiace, forse l’anno prossimo questa misura cambierà e magari qui si potrà circolare. Ma ora no. Sapete, il nostro Paese è un po’ speciale>.

   Lo sanno bene anche loro, i locali, che la Corea del Nord è, per dirla appunto con un eufemismo, un luogo peculiare. Un posto dove i divieti sono tanti, spuntano ovunque inaspettati e, soprattutto, sono spesso incomprensibili. Di più, inspiegabili e non spiegati. Perché, oltretutto, non è bene fare troppe domande, nonostante si arrivi a Pyongyang in qualità di giornalisti e, visto il mestiere, qualche richiesta sarebbe pure lecita. Ma nel Regno eremita si viene presi, tutti, chissà come, da una improvvisa sorta di autocensura, come se ognuno sapesse che a chiedere troppe cose si potrebbe venire considerati dagli accompagnatori non tanto un curioso rompiscatole, ma un fantomatico agente al servizio di qualche potenza straniera. E allora scatta, come legittima forma di autodifesa, una forma di imposizione mentale a non essere troppo di disturbo, perché non si sa mai che il visto di ingresso ottenuto con tanta fatica (sono appena duemila i turisti occidentali ammessi ogni anno in NordCorea, e pochissimi di questi giornalisti, poco amati dal regime) venga improvvisamente e imperscrutabilmente revocato o, peggio, stracciato implicando il divieto a uscire.

   Gli occhi, tuttavia, sono ben aperti, e anche se qualche volta le domande restano inevase – gli “angeli custodi” danno risposte di prammatica, e con la gente per strada è difficile comunicare per ragioni di lingua – la Corea del Nord si offre in modo sufficientemente intelleggibile a chi voglia capire qualcosa di più oltre le costruzioni architettoniche talvolta spettacolari e di proporzioni invidiabili che costellano ogni angolo della sua città principale.

   Che il regime eserciti un controllo totalizzante sulla popolazione è palese. Niente, nessuno, per le strade, passa inosservato. Gli stessi spostamenti, dalla capitale alla provincia, sono costantemente monitorati alla periferia, dove su ogni lato ogni automezzo è costretto a fermarsi di fronte alle guardie, per consegnare un foglio che spiega i motivi del viaggio. Ma il paese, nel corso degli ultimi anni - questa è la mia quarta visita dal 1989 a oggi, l’ultima nel 2006 - si sta sicuramente ammodernando. Tre fattori lo indicano. Sono arrivati i telefoni cellulari, e Pyongyang assomiglia a una piccola Shanghai, dove per strada tutti parlano come se ci si trovasse in una qualsiasi città dell’Asia, benchè la rete sia ovviamente limitata all’interno del Paese. I primi, grandi cartelloni pubblicitari, hanno fatto la loro comparsa nelle piazze consigliando per l’appunto i portatili da acquistare, o quale tipo di automobile usare, anche questa una novità assoluta. Infine, Internet è approdato pure qui: si chiama Intranet, ed è un sistema che collega solo gli uffici interni alla Corea del Nord, escludendo tassativamente l’estero. Ma insomma, pur con le evidenti limitazioni, il vento universale della tecnologia non risparmia il Paese più eremita del mondo.

   Anche le e-mail, giusto per fare un esempio, possono essere inviate e ricevute da uno dei grandi alberghi della città, il Koryo, il Potomgang, lo Yanggakdo, grattacieli con decine di piani, attraverso un server locale e al costo di due euro l’una. E’ tuttavia chiaro che possono essere controllate e lette in partenza che in uscita.

   Per la via, laddove è possibile fermare l’auto e sostare a piedi, l’atmosfera non è affatto plumbea, anche se nessuno passeggia, ma è facile notare gente che scherza o ride recandosi al lavoro o a scuola. Un’immagine risalta: nessuno è grasso, a Pyongyang, segno di una perdurante penuria alimentare. Ma, almeno nella capitale, non si colgono quei picchi di crisi endemica segnalati invece nelle province più lontane, specie quelle prospicienti la Cina, dalle organizzazioni umanitarie internazionali. Singolare piuttosto notare come nei pressi di un cantiere lungo la strada, la presenza di una band locale di jazz allieti il lavoro degli operai mentre scaricano i detriti di un palazzo.

   Circa l’andamento della politica interna ed estera della Corea del Nord e lo stato dei suoi rapporti attuali è molto difficile ottenere informazioni di qualsiasi mano, almeno in loco. Il Pyongyang Times, benchè in inglese, è in questo senso scarsamente d’aiuto e, come la Pravda di un tempo, o il Granma attuale, è un giornale ricco di lodi all’amato leader Kim Kong-il e alla sua <illuminata guida sole del popolo>. I periodici lanci di missili sul Mar del Giappone e gli altalenanti rapporti con l’estero segnalano una situazione in continuo riassetto, ma la cui evoluzione sembra dettata più da esigenze di tenuta interna che di volontà reale per un accomodamento delle relazioni esterne. Un magro e spento Kim Jong-il compare ogni sera sui notiziari dei due, noiosissimi, canali fissi della televisione, a controllare distese di grano o inaugurare l’ennesima fabbrica, dando così al popolo la sensazione di tenere saldo il Paese in mano. Altrettanto forte, ad occhi indipendenti, è tuttavia l’impressione di osservare una fase intermedia, in cui la pretesa indicazione di vedere nel figlio Kim Jong-un, prontamente definito “il leader intelligente” (Kim Il-sung era “il grande leader”, Kim Jong-il “il leader amato”), come successore nel solco della famiglia, sia fortemente controllata, se non addirittura in futuro osteggiata dai potenti generali, che appaiono dietro le quinte come il potere reale.

   Kim Jong-il è comunque riuscito di recente a ottenere un indubbio successo con la liberazione delle due giornaliste americane appartenenti al network di Al Gore, e rilasciate su diretto intervento di Bill Clinton. Alcuni osservatori non escludono una macchinazione sottile dietro il sequestro, con le due reporter finite in una trappola e vendute dalle guardie di frontiera cinesi a quelle nordcoreane, con il fine ultimo da parte del regime di essere utilizzate in una trattativa fruttuosa con gli Stati Uniti. L’ex presidente americano ha speso tutta la sua arte oratoria e diplomatica con il “leader amato” per liberare le inviate del suo vice alla Casa Bianca, e Kim Jong-il ha incassato un riconoscimento indubbiamente rilevante sul piano internazionale. Il mese dopo, il premier cinese Wen Jiabao gli ha fatto visita, assicurando a Pyongyang il sostegno di Pechino, in vista di facilitare un possibile ritorno al tavolo  dei “Six party talks”, i difficili colloqui negoziali sul disarmo nucleare nordcoreano cui partecipano Stati Uniti, Russia, Giappone, Cina, oltre a Corea del Sud e Corea del Nord. La Cina è senz’altro l’unico Paese in grado di far ragionare Pyongyang, e la dipendenza e l’affetto che la NordCorea nutre nei confronti del fratello maggiore si colgono nella capitale in ogni manifestazione pubblica. Come ad esempio al termine degli straordinari giochi artistici dell’Arirang, una cerimonia storica che per due settimane coinvolge l’intero Paese, quando nel gran finale allo stadio centrale di Pyongyang le bandiere di Corea del Nord e Cina vengono unite in un abbraccio che commuove i cittadini accorsi a vedere le spettacolari evoluzioni ginniche di migliaia di atleti.

   Per comprendere ancora meglio occorre affidarsi alle parole di un osservatore straniero: <La Corea del Nord ha costruito nel corso del tempo un sistema di potere molto raffinato, in cui i contatti non vengono solo controllati, ma sono anche impossibili per la stessa popolazione. Le persone sono tenute lontane dagli stranieri, e persino tra loro le informazioni vengono bloccate. Per esempio si impedisce che la gente di città comunichi con quella di mare, per evitare il passaggio di notizie provenienti dall’esterno.

   Un problema perdurante è quello alimentare. La fame è cronica in certe aree, ci sono province irraggiungibili per chiunque, soprattutto nel settentrione del Paese, la zone al confine con la Cina, dove per la scarsa alimentazione la gente è afflitta da nanismo, i bambini sono malnutriti, malati e finiscono per morire.

   A Pyongyang – continua il nostro interlocutore - è diverso. Questo è il centro e qui è tutto più distribuito. Qui risiedono i vertici del partito e le èlite, che riempiono i ristoranti la domenica. La situazione sanitaria è comunque molto grave, anche qui: non solo mancano le strutture adeguate e avanzate, ma la preparazione dei medici, pur bravissimi, non può che essere piena di lacune. I dottori non vengono lasciati studiare all’estero, e i testi universitari e di specializzazione subiscono spesso per il loro ingresso nel Paese delle forti limitazioni. Perché, in fondo, alla classe che è al vertice, importa solo fino a un certo punto delle difficoltà delle gente normale. Le priorità piuttosto sono ben altre: quelle riguardanti la spesa militare, soprattutto. E se per ragioni di politica estera è necessario sparare dei missili nucleari, di cui il giorno dopo tutto il mondo parlerà perché la notizia finirà inevitabilmente sulle prime pagine dei più importanti quotidiani internazionali, quei lanci andranno a spese dei finanziamenti medici e delle produzioni agricole, paradossalmente solo secondarie in un Paese che vive di questo e che ogni anno subisce inondazioni capaci di uccidere migliaia e migliaia di persone. Nel recente passato le carestie sono state forti. Nel 2007 il raccolto è andato bene, ma lo scorso anno i risultati sono stati peggiori anche se la situazione ha tenuto. Tutto dipende dall’annata. Arrivano aiuti alimentari anche da organizzazioni americane, e naturalmente sono i benvenuti, nessuno li rimanda indietro.

   Il regime, per sopravvivere, si regge fino ad ora in modo intelligente, e questo è merito della classe politica e dell’élite creata fra i notabili del partito e i vertici economici. Questa è la forza di Kim Jong-il. E’ una scelta che si perpetua, perché i giovani che vengono selezionati per la nuova classe dirigente, sia uomini che donne, sono tutti figli di dirigenti fedelissimi. La meritocrazia non esiste. E il potere passa di famiglia in famiglia. L’esempio più eclatante, ovviamente, giunge dal vertice…>.

   Copiose messe di aiuti giungono in Corea del Nord da molte latitudini. L’Italia sotto questo profilo è molto attiva, e non solo da un punto di vista squisitamente diplomatico, intensificatosi negli ultimi anni dopo l’apertura di relazioni dirette compiuta nel 2000 dall’allora ministro degli Esteri, Lamberto Dini, e alimentato dalle periodiche visite dei funzionari dell’ambasciata italiana a Seoul, oggi competente sulla Corea del Nord. Fin dal 1998 la Cooperazione ha avviato progetti nel settore alimentare, sanitario e idrico, nell’addestramento di tecnici e nel campo culturale, per un totale di 20 milioni di euro. Ma ogni Paese contribuisce come vuole e può. Anche gli americani, come si è visto, nonostante la diversità di vedute sui dossier di politica internazionale, e quindi gli stessi cugini sudcoreani. La Corea del Sud, ad esempio, ha inviato al Nord fra il 1995 e il 2007 ben 2.850.000 tonnellate di riso. Secondo fonti di Pyongyang la produzione di riso annuale assomma a 2.335.909 tonnellate, che assieme a mais, patate, soia e altro raggiunge i 5.012.167. Fonti della Fao e del Programma alimentare mondiale sostengono che il fabbisogno globale sarebbe di 5.130.000, quindi superiore a quanto in realtà prodotto, e i dati riflettono dunque la necessità costante degli interventi esteri.

   Tuttavia a girare da semplici visitatori la Corea del Nord non solo a Pyongyang, ma da una costa all’altra del Paese, da Wonsan a Nampo, e da Kaesong a Sinuiju, la sensazione di monitoraggio personale è forte. Il controllo su ogni essere umano è pervasivo e totale, il fiato del regime si sente a ogni passo e l’adulazione verso la famiglia al potere è obbligata, nelle canzoni, nelle poesie, nelle esibizioni artistiche e sportive. Un Paese dove la circolazione degli abitanti è ristretta, dove gli spostamenti tra provincia e provincia, fra città e città, necessitano di continui permessi e dove l’espatrio per un soggiorno all’estero è quasi impossibile. Il controllo sulle informazioni è globale e l’accesso alla stampa straniera, già regolato con il contagocce, subisce limitazioni di contatto e mobilità. Un luogo dove si ha la netta sensazione che una semplice parola di troppo, una battuta, un’ironia sul regime (vedi quanto accadde in governi simili, “solo” in Europa dell’Est, efficacemente descritto nel romanzo “Lo scherzo” di Milan Kundera, in cui il protagonista viene perseguitato per una frase spiritosa scritta su una cartolina) possono costare molto caro, mentre i Gulag sparpagliati soprattutto là dove non si può arrivare, cioè al nord, funzionano a pieno ritmo. Un incubo, appunto. L’incarnazione immaginata da George Orwell. Un “1984” vero. Il Grande fratello fatto realtà.

   Lo testimonia una disavventura capitata a un altro straniero. <Ero arrivato da poche settimane a Pyongyang, dove per il mio lavoro dovevo fermarmi per qualche anno. Essendo appassionato di fotografia, in una giornata libera sono andato in qualche giardino armato della mia Leika per scattare alcune immagini. A un certo punto, ho visto quella che poteva essere una bella foto: una vecchia che impugnava una falce per tagliare un cespo di insalata. Non appena ho inquadrato la donna, quella ha cominciato a urlare. Come mi hanno insegnato qui ho subito tirato fuori dalla tasca un cartellino, scritto in coreano, in cui è scritto che ero un impiegato straniero, di non spaventarsi, di chiamare semmai un ministero dove avrebbero potuto spiegare la mia posizione. Niente da fare. Quella continuava a strillare, e in breve sono arrivati gli uomini. In pochi minuti c’erano cento persone, e alcuni mi strattonavano per la giacca. Cominciavo ad avere paura, e temevo che potesse capitarmi qualcosa. Per mia fortuna, l’intera scena era stata vista da una collega che si trovava però distante da me, e che andò subito a chiamare aiuto al mio ufficio. Nel frattempo è arrivato un agente a bordo di un sidecar. Mi intimava di salirci sopra, dicendomi che mi avrebbe portato al posto di polizia. Io, da buon europeo, ho detto che senza un casco non sarei mai salito su quel trabiccolo. Per fortuna, giunse il mio superiore che riuscì a chiarire l’episodio con i dirigenti del ministero, e io, dopo qualche ora trascorsa alla centrale di polizia, venni liberato>. Arresto rischiato per lesa immagine. Un delitto da pura paranoia, ma questo è quel che può avvenire oggi in Corea del Nord.

   <Probabilmente ci stanno ascoltando da qualche microfono nascosto mentre parliamo nel mio ufficio – continua, choccato, il nostro confidente – ma questa piccola storia fa capire quanto qui, talvolta, ci si possa trovare a livello di psicopatia. I visitatori che arrivano a Pyongyang stiano sicuri di essere controllati doppiamente, non solo dagli angeli custodi che gli vengono assegnati ufficialmente, ma da altre persone dietro di loro. E chi, e che cosa vedono, viene immediatamente riportato a chi di dovere con una relazione scritta>.

   Se il momento politico attuale va poco più in là della posizione di stallo, a giudizio della fonte straniera, in questo contesto la situazione economica non aiuta a sbloccare la impasse. <Gli scambi commerciali sono molto pochi. E la crisi finanziaria globale qui si sente in maniera ancora più accentuata che altrove. Faccio un esempio: è vero che per le strade circolano diverse Mercedes, ma sono quelle vecchie e usate. Ora si acquistano solo vetture presenti sul mercato asiatico. La visita del primo ministro cinese ha portato uno spiraglio di speranza, soprattutto sul profilo della distensione internazionale. E di sicuro il clima con gli Stati Uniti, dopo l’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca, è cambiato. Non poteva che essere così, passati gli anni di George W. Bush. Però la politica estera nordcoreana è sempre molto cauta, e inzeppata di controrichieste, tipo il ritiro delle truppe americane dalla Corea del Nord, o di minacce nucleari, o di retorica roboante, eccetera. E allora continuiamo ad aspettare che qualcosa davvero muti. Anche se un piccolo passo in avanti rispetto al passato è innegabile. Ecco, la loro è proprio la politica dei piccoli passi. Vedremo se e dove porterà da qualche parte>.

   Girando a Pyongyang dove conducono le guide, cioè per stadi, scuole, palestre, è evidente quanto i nordcoreani, cioè il cosiddetto uomo della strada, si sfoghino il più possibile nelle manifestazioni artistiche, con le prodigiose figure create sui prati dei parchi o delle mastodontiche arene durante l’Arirang, o negli spettacoli dove bambini dai 7 ai 12 anni si esibiscono in performance che sanno di un’applicazione mostruosa, ammirevole e maniacale. Viene davvero da chiedersi dove possa arrivare la Corea del Nord quando, e se, un domani, riuscirà a liberarsi della cricca che la governa.

 

 


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