Marco Ansaldo
Giornalista di Repubblica
Inviato Speciale per la Politica Estera.
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Articoli >> Attentato a Wojtyla,i mandanti

CITTÀ DEL VATICANO «Se solo il Vaticano parlasse... Il Santo
Padre, quel benedett' uomo, ci nascose persino la pallottola che
gli uomini della sua sicurezza raccolsero sul pianale della
papamobile. Noi giudici fummo tenuti all' oscuro di questo fatto
per molto tempo, anni. Eppure si trattava di un elemento unico,
determinante ai fini dell' indagine. Poi, in occasione di un
anniversario dell' attentato, uno dei primi, il Pontefice andò a
mettere il proiettile sopra la testa della Madonna di Fatima, in
Portogallo». Fu Ilario Martella a condurre, dopo il primo rito per
direttissima, la seconda inchiesta giudiziaria dell' atto di
terrorismo forse più eclatante del XX secolo insieme all' omicidio
di John Fitzgerald Kennedy a Dallas. Oggi quel dettaglio che l'
anziano magistrato ricorda, assiemea quello- tutt' altro che
secondario - di tre colpi sparati in piazza San Pietro invece dei
due di cui siè sempre saputoe che raggiunsero il Papa, potrebbe
contribuire ad alzare il velo sul mistero dell' attentato a
Wojtyla. Chi furono i mandanti? Attorno a questa domanda ruota,
esattamente da 30 anni, il nodo irrisolto dell' agguato a Giovanni
Paolo II in piazza San Pietro avvenuto il 13 maggio 1981. E la
risposta, in un' inchiesta lunga vent' anni e compiuta in sei
Paesi diversi, è che non vi furono mandanti. I responsabili non
furono né i bulgari, né il Kgb. E neppure, come hanno sostenuto
altre ricostruzioni, la Cia, e tantomeno il Vaticano. I mandanti
furono gli stessi esecutori. A ideare, concepire e compiere l'
attentato a Wojtyla furono infatti i Lupi grigi turchi,
ultranazionalisti, filo islamici, contrari all' Occidente e al
capo della religione che per essi lo rappresenta. E lo fecero per
ragioni ben precise. LA TERZA PALLOTTOLA Allora forse bisogna
partire da qui, da uno dei dettagli più nascosti di un' indagine
ormai finita a livello processuale - anche gli ultimi due gradi di
giudizio non riuscirono a determinare prove sufficienti per
individuare i mandanti - nel tentativo di ricostruire i meccanismi
che portarono agli spari del 13 maggio 1981. Perché, appunto,
quella pallottola esplosa contro il Papa è un dettaglio
dimenticato, rimasto sepolto nelle cronache della visita di
Giovanni Paolo II in Portogallo, e mai riemerso. Il proiettile
posto sulla corona della Madonna di Fatima, rimasto fino al 1984
in Vaticanoe mai periziato dalla magistratura indipendente,
potrebbe dire molto: ad esempio se a esploderlo fu lo stesso Agca,
oppure, qualora risultasse non compatibile con la sua arma, da un'
altra pistola. Un contributo nuovoe rilevante lo danno gli archivi
della Repubblica federale tedesca a Berlino, che negli ultimi anni
stanno raccogliendo, classificando, e riunendo pezzo per pezzo,
avvalendosi di computer di ultimissima generazione, le briciole
dei documenti stracciati dai funzionari comunisti nelle
drammatiche ore che seguirono la caduta del Muro. L' azione è
cominciata alle 17.19», leggiamo in un protocollo del Ministerium
für Staatssicherheit (MfS), il ministero per la Sicurezza dello
Stato, noto come STASI, cioè i servizi segreti della Germania Est,
«il Papa è stato colpito da tre pallottole». IL COMPLOTTO La
possibile presenza di una terza pallottola è un dettaglio
rilevante. Ilario Martella conferma che si tratta di un elemento
capace di portarea nuove piste. Una tesi di cui sono convinti, pur
nelle diverse valutazioni circa i mandanti, molti dei magistrati
che indagarono sul caso, da Rosario Priorea Ferdinando Imposimato.
Quel proiettile in più potrebbe dimostrare in maniera certa la
presenza di un secondo killer, quindi di un commando e, dunque, di
un complotto. Demolendo quindi la tesi dell' azione compiuta da un
attentatore solitario come quella sostenuta in ultimo da Agca,
estradato in Turchia dopo vent' anni di carceri italiane, una
volta accettata la sua versione di aver agito da solo. IL PROGETTO
L' azione fu pensata ed esposta ai suoi compagni in carcere dall'
attentatore già quando Giovanni Paolo II andò in viaggio ufficiale
in Turchia (28-30 novembre 1979). Il giovane killer, accusato
dell' omicidio del direttore del quotidiano di sinistra Milliyet,
Abdi Ipekci, fu fatto evadere solo quattro giorni prima dalla
prigione di Kartal Maltepe con l' aiuto dei Lupi grigi e dei
militari turchi. E inviò allo stesso giornale una lettera con la
minaccia: «Ucciderò il capo dei cristiani». I MOTIVI Agca non
riuscì allora nel suo proposito, ma lo fece un anno e aiutarlo fu
la fazione guidata dal capo dei giovani Lupi grigi Abdullah Catli,
collegato in Turchia ai partiti di centro destra e alla polizia,
come si scoprirà nell' incidente automobilistico di Susurluk che
lo uccise nel 1996 e che divenne perciò un colossale caso
politico, svelando gli intrecci fra criminalità e istituzioni. I
Lupi grigi, una volta usati dai generali per i disordini di piazza
e gli omicidi organizzati che portarono al golpe del 1980 (12
settembre), furono ripudiatie cacciati per i loro crimini. Si
rifugiarono in Germania, Francia e Austria. E lì, con un
sentimento di rivalsa sia verso i militari turchi- da cui si
sentivano traditi - sia nei confronti dell' Occidente in generale
- da cui non si poggiati - vollero dimostrare di che cosa fossero
realmente capaci puntando a obiettivi più alti, a livello
internazionale. Concepirono così nel periodo seguente (fine 1980-'
81) l' ipotesi di attentati a grandi personalità politiche
mondiali, la Regina d' Inghilterra, il segretario dell' Onu Kurt
Waldheim, la presidente del Parlamento europeo Simone Weil. E il
Papa, naturalmente, che incarnava tutto il contrario del pensiero
ultranazionalista dei Lupi grigi. «Il progetto partì dallo stesso
Ali- confessa oggi l' ex Lupo grigio Dogan Yildirim - e il piano
spaccò la nostra base». Alla fine il disegno fu appoggiato e
finanziato dal gruppo. LA CIA E IL FALSO DELLA PISTA BULGARA Non
ci furono mandanti, perché i Lupi grigi organizzarono il piano da
soli. Né ci sono - come non ci sono mai stati, del resto -
documenti in proposito, al di là delle minute disegnate dall'
attentatore. Il progetto avvenne in puro stile criminale, nello
stile del gruppo. La pista bulgara fu un falso. Un' operazione
fortunata e di grande successo, cavalcata ancora oggi da alcuni
politici e magistrati, soprattutto in Italia, ma preparataa
tavolino. Fu ideata dalla Cia, addirittura un anno e mezzo dopo l'
attentato, alla fine del 1982, dopo che un gruppo ristretto
costituitosi all' interno del Centro di studi internazionali e
strategici di Washingtone guidato da Michael Ledeen (lo stesso
analista che nel 2003 inventerà la pista dell' uranio arricchito
in Nigeria venduto all' Iraq come motivo dell' attacco di Busha
Saddam Hussein), sulla spinta dal segretario di Stato americano,
il "falco" ex generale Alexander Haig, scatenò una campagna di
accuse contro Sofia, per colpire l' Unione Sovietica allora
considerata dall' amministrazione Reagan come l' Impero del Male.
Si fece leva, in maniera molto astuta, sul periodo trascorso dall'
attentatore nel 1980 in Bulgaria. I Lupi grigi erano certamente
presenti a Sofia, ma non per progetti politici inconcepibili
(erano infatti un gruppo fascista), quanto piuttosto per compiere
affari con i bulgari nella compravendita di armi e droga, come
dimostreranno le coraggiose inchieste del giornalista turco Ugur
Mumcu (poi saltato in aria sulla sua auto nel 1993), riprese poi
in Italia dal giudice Carlo Palermo. Lo strumento su cui l'
intelligence Usa agì furono i servizi giornalistici di Claire
Sterling sul Reader' s Digest e sulla Nbc, pilotati dal capo della
stazione Cia ad Ankara, Paul Henze. A queste "rivelazioni" dei
media americani (settembre 1982), seguì il viaggio del giudice
Ilario Martella a Washington per parlare con gli autori degli
articoli (ottobre 1982). Al suo ritorno, Agca, che ha sempre avuto
la capacità di fiutare il vento e di riadattare le proprie
versioni, cominciò per la prima volta a parlare, pur tra evidenti
contraddizioni e sotto la probabile influenza dei servizi
italiani, della nuova pista bulgara (interrogatorio dell' 8
novembre 1982). IL PROCESSO E L' ASSOLUZIONE Le sue accuse
finirono per costituire il fondamento della partecipazione di
Sofia nell' azione contro il Papa polacco, con il sottinteso (mai
dimostrato) che la regia dell' operazione risiedessea Mosca.A Roma
tre funzionari bulgari, Antonov, Ayvazov e Vassilev, furono
indicati dall' attentatore come suoi complici. Il primo subì un
lungo processo, con accesi confronti in aula con i Lupi grigi, i
quali, senza scrupolo, a quel punto trascinarono luie la Bulgaria
nel vortice di un fantomatico complotto. LE FALLE DELLA GIUSTIZIA
ITALIANA La giustizia italiana, che fallì completamente (e fu per
questo molto criticata all' estero) perché non riuscì mai a
concentrarsi sui veri motivi che condussero all' attentato,
impiegando tempoa privilegiare ipotesi rivelatesi come
irrealistichee svianti, nel 1986 fu costretta ad assolvere i
bulgari per insufficienza di prove. Oggi il corrispondente del
Washington Post, Michael Dobbs, che seguì il caso spiega: «Molte
delle prove portate in tribunale avrebbero fatto ridere una Corte
americana». I LUPI GRIGI OGGI Agca, nelle migliaia di parole
scrittee scambiatea voce con noi in vent' anni, di recente si è
lasciato sfuggire con me e la giornalista turca Yasemin Taskin,
coautrice del libro Uccidete il Papa (Rizzoli), che «l' attentato
non è complicato, come si crede, ma, in fondo,è una faccenda
semplice». Una faccenda semplicee lineare perché ad attentare alla
vita del Papa e a concepire l' idea dell' agguato fu il suo
gruppo, i Lupi grigi turchi. Le complicazioni arrivarono dopo,
artatamente, quandoa mischiare le carte furono i vari servizi
segreti dei Paesi coinvolti, Italia compresa, tese ad accusare o a
coprire, a seconda delle rispettive convenienze. Sono i Lupi grigi
il solo gruppo che l' attentatore ha sempre protetto, nelle 107
versioni fornite finora, gli unici che non ha mai tradito,e da
cui, tuttora,è assistito, finanziato e sostenuto. I CRIMINI
ANTICRISTIANI L' avversione dei Lupi grigi - frammentatisi nel
tempo in decine di sigle diverse, e presenti ancora nel Parlamento
ad Ankara - agli esponenti cattolici,è resistita finoa oggi. Come
dimostrano gli omicidi recenti in Turchia del vescovo monsignor
Luigi Padovese, di don Andrea Santoro, dei tre editori della
Bibbia a Malatya (città natale di Agca) e di tanti altri assalti,
avvenuti per mano loro. 

(20 aprile 2011)


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