Marco Ansaldo
Giornalista di Repubblica
Inviato Speciale per la Politica Estera.
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Articoli >> Europa, la Turchia dice addio

ISTANBUL «Perché la Turchia è oggi uno dei Paesi più importanti?
Semplice: perché si trova al centro di tutto». Spiazzante e
diretto. Può apparire arrogante la risposta data dal ministro
degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, l' altro giorno prima di
partire per l' Assemblea delle Nazioni Unite, pronto ad affossare
Israele e ad appoggiare il riconoscimento della Palestina. Eppure
le parole dette dall' "architetto della nuova politica estera di
Ankara", "il Kissinger turco" come è chiamato, già consigliere
internazionale del premier Recep Tayyip Erdogan, rappresentano l'
espressione muscolare di un Paese in palese stato d' euforia. Che
si permette di prendere a schiaffi l' ex alleato Israele, si pone
a modello dei Paesi arabi in preda alla crisi, calcola addirittura
di sostituirsi all' America in Medio Oriente e che, proprio oggi,
ha detto addio all' Europa. Istanbul è ancora solare e calda a
metà settembre. Il traffico delle navi, sul Bosforo che solca la
città dei due continenti, è tranquillo e ordinato. Ma mai come ora
Europa e Asia sembrano tanto distanti. Perché la Turchia, stanca
di aspettare alle porte d' Europa, è arrivata a dire ieri per la
prima volta, con il suo capo dello Stato, l' islamico moderato
Abdullah Gul, studi a Londra, economista in Arabia Saudita:
«Accetteremo di non essere un membro dell' Unione Europea se la
gente di uno solo dei Paesi d' Europa non ci vorrà e considererà
la Turchia come un peso». «Una dichiarazione che è una bomba», ha
rilanciato subito il giornale filogovernativo Sabah. Un'
affermazione pronunciata da un esponente dello Stato, non a caso
dall' istituzione più alta, solo in apparenza di resa. (segue
dalla copertina) Nei locali di Besiktas, poco lontano dal palazzo
dove morì Ataturk, difatti nessuno è rimasto scioccato. C' è,
anzi, un contenuto entusiasmo. Perché mentre Ankara abbandona il
sogno europeo, accarezzato a lungo, mostra in realtà di voler
avere finalmente le mani libere, con la possibilità di esplorare
orizzonti diversi. La nuova Turchia chiude con l' Europa e si apre
al mondo. Tra i pericoli e i timori di molti. Il Vecchio
continente assiste con moltiplicata diffidenza. Un Paese dalle
istituzioni laiche, ma musulmano al 99 per cento, e che porta in
dote un partito di ispirazione religiosa con addirittura il 50 per
cento dei consensi, suscita preoccupazione in un club fondato
anche sui valori della fede cristiana. La Turchia ha dalla sua
numeri che non mentono. Oltre l' 11 per cento di Pil nel trimestre
gennaiomarzo, superiore alla Cina. La seconda economia in crescita
al mondo nel semestre corrente. Il terzo esercito più potente
nella Nato, dopo Usa e Regno Unito. Uno fra i più alti tassi di
presenza giovanile. Il sedicesimo Paese più ricco, «puntando
presto a entrare nei primi dieci», ha confidato di recente Gul a
Repubblica. «La Turchia oggi è dotata di una società molto
dinamica - commenta l' ex ministro dell' Economia, Kemal Dervish -
perché tutti, tanto gli imprenditori quanto i semplici cittadini,
sono grandi lavoratori. E abbiamo ottimi margini di
miglioramento». Dervish fu l' economista capace di risollevare,
nel 2001, il Paese da una crisi finanziaria che lo portòa un
soffio dal collasso, con misure draconiane da molti considerate
alla base della crescita odierna. «Non mi stupirei - continua -
che questo diventi uno dei Paesi più prosperi nel 2023, quando la
Repubblica celebrerà i 100 anni. Il futuro per noi è promettente».
Una Turchia potenza regionale? Gli indicatori danno segni
ambivalenti. I lusinghieri risultati economici rischiano di essere
inficiati dallo spettro del deficit, visto che l' altro ieri lo
stesso ministro delle Finanze, Mehmet Simsek, già economista alla
Merrill Lynch, ha ammesso «una mancanza piuttosto alta di denaro
liquido», con il rischio di far fronte a «shock esterni». Ma è
soprattutto il protagonismo esibito in politica estera a rivelare
il Paese come nuovo attore globale. La recente sfida con Cipro
greca per le trivellazioni di petrolio al largo dell' isola
abitata anche dalla comunità turca, la cacciata dell' ambasciatore
israeliano dopo il rifiuto di Gerusalemme di scusarsi per l'
uccisione di nove cittadini sulla Mavi Marmara con aiuti verso
Gaza, il trionfo con cui il premier di Ankara è stato accolto in
Tunisia, Libia ed Egitto («Dateci Erdogan per un mese!», ha
scritto un editorialista sul quotidiano Al Wafd ), sono tutti
segnali di una strategia mirata. «Israele è il solo responsabile»
della quasi rottura delle relazioni fra Ankara e Gerusalemme,
tuona "l' architetto" Davutoglu. Gerusalemme, che non vuole
abbassarsi a scuse che la indebolirebbero di fronte ai Paesi arabi
e alla propria opinione pubblica, reagisce ancorandosi all'
America. Ma il rischio è di isolarsi ancora di più in un Medio
Oriente ora del tutto nemico, adesso che anche lo storico "asse di
ferro" militare con Ankaraè saltato. Incontenibile, Davutoglu
prima di partire per l' assemblea Onu ha fatto una significativa
tappa in Egitto, inaugurando con il Cairo quello che ha definito
«un nuovo asse di potere»: «Un asse di vera democrazia - ha
spiegato - fra le due maggiori nazioni nella regione, da norda
sud, dal Mar Nero alla Valle del Nilo in Sudan». E mentre l' Iran
e gli Stati Uniti guardano con ansia alla repentina modifica degli
equilibri in Medio Oriente, preoccupa molto l' Europa quell'
«affinità psicologica» evocata da Davutoglu fra Turchia e mondo
arabo, dominato difatti per secoli dall' Impero ottomano di cui
Costantinopoli fu il centro. Una prospettiva che spaventa, ma
ormai difficilmente controllabile. All' ombra delle moschee, gli
uomini pii che si riconoscono nel partito conservatore, e di
matrice religiosa, fondato dieci anni fa da Erdogan e Gul
cavalcando l' onda delle riforme, sono stati capaci di sovvertire
l' ordine controllato per decenni da laici e militari. E adesso,
considerata inutile e persa la corsa all' Europa, hanno lanciato
la sfida in tutta la regione circostante, spingendosi persino in
Africa, dove la Turchiaè considerata nella sua esuberanza
imprenditoriale una piccola Cina. La disoccupazione è calata. E
gli immigrati, dalla Germania, hanno cominciatoa rientrare. Nei
campus turchi le borse di studio assegnate ai migliori studenti di
tutto il mondo competono direttamente con quelle assegnate dagli
atenei americani. «Qui abbiamo tutto - dice un giovane con la
barba appena accennata all' Università Bahceshehir - accademici
fra i più preparati e la possibilità di trovare lavoro». Eppure,
nonostante i cambiamenti, l' islamismo strisciante è percepibile.
Per i divieti e le tasse altissime impostea fumatorie consumatori
di alcolici. Nelle redazioni dei giornali infarcite di giovani
redattori dai nomi che rivelano l' innegabile origine
confessionale. Su metà delle donne con la testa fasciata da
copricapi multicolori, magari truccate e con il tacco assassino,
ma pur sempre velate. Nell' editoria in preda a timori e censure,
con decine di giornalisti, scrittori, addirittura traduttori,
minacciati oppure in carcere. Un Paese alle prese con una vera
guerra al suo interno, come rivelano i fulmini appena scagliati
«contro i terroristi» dai militari ultra laici - ma ormai
addomesticati dal pugno dell' islamico Erdogan - pronti a lanciare
attacchi aerei nel Nord Iraq sui santuari che proteggono i
guerriglieri del Pkk. Islam al governo significa una classe di
cittadini anatolici, i cosiddetti "turchi neri" perché più scuri
di pelle e soliti vestire di grigio, sostituire gradualmente nelle
leve del potere i "turchi bianchi" espressione dei militari e dei
laici socialdemocratici che si ispirano ad Ataturk, il padre della
patria biondo e con gli occhi azzurri. «È ironico pensare - spiega
Murat Yetkin, commentatore dell' Hurriyet Daily News, quotidiano
appartenente al gruppo Dogan, finanziariamente massacrato lo
scorso anno da una colossale causa vinta dal governo - che
Erdogan, l' oppositore giurato del laicismo in Turchia, stia
portando una nuova aria laicista nella pesante atmosfera della
"primavera araba"». L' Europa si trova così a fare i conti con un
protagonista ingombrante, cresciuto sottoi suoi occhi, avendolo
scientemente tenuto a distanza. Anche se c' è chi teme che il
Vecchio continente rischi di affondare in un asfittico
conservatorismo. Con un' Europa priva della capacità di incidere
oltre le proprie frontiere. Quelle stesse agguantate con rapacità
dalla nuova Turchia "ottomana": Medio Oriente, Nord Africa, Asia
centrale, Caucaso, Paesi arabi, Balcani. Una Turchia, come
pretende Davutoglu, al centro di tutto. Ma rifiutare Ankara
potrebbe anche voler dire ritrovarla un domani come diretta
concorrente. «Forse un giorno saranno i turchi - ha concesso Gul -
a non voler entrare. Per ora il nostro dovere è quello di onorare
la decisione presa». Europa avvertita, insomma, mezza salvata.
Anche se, per tanti ormai, la Turchia è un' occasione già finita.

(21 settembre 2011)


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