Marco Ansaldo
Giornalista di Repubblica
Inviato Speciale per la Politica Estera.
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Articoli >> Intervista Cardinale Maradiaga
DATA:
28/03/2012 
PAGINA:
15 
SEZIONE:
POLITICA ESTERA   
OCCHIELLO:
L' intervista   
TITOLO:
"Lavoriamo per la riconciliazione Chiesa cruciale nel futuro dell'
isola"   
SOMMARIO:
Il Cardinale Maradiaga ricorda i colloqui col líder máximo - Fu
molto forte la sua attenzione e la sua devozione durante l' omelia
di Giovanni Paolo II - Non ho dubbi che in qualsiasi tipo di
transizione vescovi e sacerdoti avranno un ruolo di giustizia  
AUTORE:
(m. ans.)   
TESTO:
DAL NOSTRO INVIATO A SANTIAGO DI CUBA - Cardinale Rodriguez
Maradiaga, lei ha incontrato più volte Fidel Castro? «In effetti,
come presidente della Conferenza episcopale dell' America Latina,
ho avuto diverse occasioni di incontrare Fidel Castro prima che
Giovanni Paolo II visitasse Cuba. Tempo dopo, anche per una
riunione della Chiesa d' America. Una volta mi invitò anche a
cena». E che impressione ne ha avuto? «Di una persona di grande
intelligenzae conoscenza della geopolitica mondiale e anche dei
meccanismi del sinodo americano». Fidel è uomo attento alla
religione? «Durante l' Eucaristia celebrata all Avana da Giovanni
Paolo II mi diede l' impressione di seguire con molta attenzione e
forte devozione non solo la parte liturgica, ma anche l' omelia
del Papa. Soprattutto mi impressionò l' appoggio di solidarietà
con una Scuola di medicina alla quale poterono accedere centinaia
di giovani honduregni poveri che furono avviati così a una
carriera altrimenti per loro impossibile. E parliamo anche del
lavoro evangelizzatore di quei sacerdoti che lavorano a Cuba, e
che desiderano non avere ostacoli in qualità di missionari
cattolici nell' isola». È vero che in un' occasione con lei ha
parlato di fede? «L ultima volta che ho visitato l' isola nel 2008
volevo parlargli di temi come la fede e la conversione, ma non
ebbi la possibilità di vederlo a causa della sua salute fragile».
Il Papa affronta un viaggio importante in luoghi che lei,
honduregno, arcivescovo di Tegucigalpa, conosce molto bene. Quali
sono secondo lei i risultati che possono emergere, non solo per
Messico e Cuba, ma per l' intera regione? «L' America Latina è un
continente di grande fede e venerazione al Santo padre.
Aspettavamo da tanto tempo questa visita, e poi il Messico e il
Paese più cattolico dell' America Latina. Questo viaggio è un
momento simbolico che senza alcun dubbio produrrà molti frutti in
tutti i nostri Paesi. Peccato che a causa della sua salute non
possa visitare altri Paesi». Sono ben note le sue battaglie contro
la droga e la corruzione. Qual è la sua ricetta per sconfiggere
una piaga che nella regione centro e sud americana è molto forte?
«Questo è un male che si e diffuso in molte zone e che ha causato
un danno molto grande specialmente alla gioventù. Il denaro facile
tenta e conduce alla perdita del rispetto della vita. Da qui gli
indici elevati di violenza e morte crescono piuttosto che
diminuire. A mio giudizio solo confiscando i beni di questi
trafficanti di morte e soprattutto congelando i loro conti bancari
si può pensare di controllare il fenomeno». La Chiesa a Cuba è un
fondamentale elemento di rapporto fra le autorità locali e il
popolo. È per lei immaginabile che un domani, alla fine dell'
esperienza dei Castro al potere, la Chiesa cubana possa aiutare la
transizione verso un nuovo tipo di governo? «Già siè raggiunta una
comunicazione migliore tra le autorità politiche e la gerarchia
cattolica. Non ho dubbi che in qualsiasi tipo di transizione,
vescovi e sacerdoti dovranno sviluppare un lavoro di
riconciliazione e giustizia». Quale è il suo ricordo personale
della visita di Giovanni Paolo II all' Avana nel 1998? «Per prima
cosa che la fede cattolica, nonostante le tante difficoltà che la
Chiesa ha vissuto per 40 anni, era viva e fiorente. Che il Papa fu
molto forte e chiamò le cose con il loro nome sempre con molto
rispetto. Non ho mai dimenticato le parole che valgono tuttora:
"Cuba si apra al mondo e il mondo si apra a Cuba"». 

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