Sul libro La marcia turca (Marsilio)

“Ero stato sconcertato dall’arrivo del libro di Marco Ansaldo, ‘La marcia turca’ (Marsilio). Uscito in questo maggio, alla vigilia di elezioni ‘storiche’ dall’esito ritenuto almeno incerto da quasi tutti, da molti favorevole all’opposizione unita attorno al nome di Kemal Kilicdaroglu. Un azzardo editoriale. Lo sconcerto era durato fino alle ultime pagine di una lettura affascinante, com’è nello stile dell’autore: che ha scritto sì della grande storia della Turchia e della capitale – la sua città per amore – ma anche e soprattutto di Recep Tayyip Erdogan. A riguardarle ora, le ultime pagine fanno intendere che Ansaldo era uno dei pochi che alla sconfitta di Erdogan non avevano creduto”.
Adriano Sofri, Il Foglio (30 maggio 2023)

“Ansaldo, per molti anni inviato e corrispondente a Istanbul, ha studiato sul posto ambizioni, intemperanze e qualità di Erdogan”.
Ugo Tramballi, Il Sole 24 Ore (10 giugno 2023)

“Marco Ansaldo, giornalista che conosce Istanbul come pochi, ne ‘La marcia turca’ (edizioni Marsilio) spiega bene come 250 anni di decadenza imperiale abbiano portato alla modernità Ataturk e al neo- ottomanesimo di Erdogan. E come il ‘delirio scespiriano’ abbia spinto un grosso, grasso Paese musulmano – sopravvissuto a 6 golpe in 60 anni – a diventare un agile protagonista della scena internazionale grazie a ‘Tayyip Bey’, il signor Tayyip”.
Francesco Battistini, Corriere della Sera (10 giugno 2023)

Sul libro “Un altro Papa” (Rizzoli)

“Ho terminato anche la lettura del Suo bel libro. L’ho letto quasi senza interruzione, ‘sozusagen am Stück, ohne Unterbrechungen’. Es ist sehr spannend, ja geradezu fesselnd geschrieben. Ich bewundere Ihre Analysierungskraft und die Gabe der lebendige Darstellung, die völlig ohne Polemik auskommt. La forza dell’argomento, basandosi su una vera ricerca dei fatti e su fonti veritiere, è un aspetto che caratterizza la Sua opera. Mi permetto anche da accennare, che in alcuni punti non sono d’accordo o con delle conclusioni o della argomentazione, cioè in questi punti ho un’altra chiave di lettura e perciò un’altra opinione. Ne possiamo volentieri parlare. Fazit: gratulazioni e complimenti! Spero che si legga, che molti leggano il Suo opus”.
Monsignor Georg Gänswein, Prefetto della Casa Pontificia, assistente particolare di Papa Benedetto XVI (lettera personale – 8 dicembre 2020)

“Marco Ansaldo è uno dei giornalisti più acuti nel panorama italiano. Nel Consiglio Scientifico di Limes, la rivista di geopolitica, docente di Giornalismo presso la LUISS di Roma, inviato speciale in numerose parti del pianeta, autore di libri (tra cui, uno bellissimo, sul suo conterraneo Fabrizio De André), Ansaldo dal 2017 vive a Istanbul e lavora come corrispondente per Repubblica. Del giornale fondato da Scalfari è stato vaticanista in una delle stagioni più travagliate per la Santa Sede, gli ultimi anni di Pontificato di Benedetto XVI e i primi di Francesco. Dunque, un conoscitore attento di ciò che si muove nelle stanze oltre Tevere. Da pochi giorni, in libreria, si trova il suo ultimo libro ‘Un altro Papa’”.
Daniele Rocchetti, Giornale della Diocesi di Bergamo (3 dicembre 2020)

“Penso di aver conosciuto tutti i cosiddetti Corvi del Vaticano. Non è che si presentassero dicendo <Salve, sono un informatore segreto>, ma quando li si incontrava si sentiva lontano un miglio che portavano notizie coordinandosi all’interno di un gruppo. Non escludo affatto che si spartissero i compiti e giornalisti di testate diverse, anzi ne sono certo, perché lo chiesi ad alcuni Corvi e me lo confermarono”. Questo il racconto choc di Marco Ansaldo all’epoca dei fatti vaticanista e inviato speciale per la politica estera di ‘Repubblica’, nel suo libro ‘Un altro Papa’ (Rizzoli). Ansaldo svela anche lo scopo perseguito dai Corvi. “Uno dei Corvi a un certo punto mi confidò: ‘Noi abbiamo puntato Bertone (l’ex segretario di Stato vaticano, ndr) per impallinarlo. E contro il segretario di Stato è stata fatta una campagna massiccia, ma l’obiettivo vero è Ratzinger. E’ lui che deve essere rimosso per arrivare a un altro Papa, completamente diverso”.
Maria Antonietta Calabrò – The Huffington Post (28 novembre 2020)

“‘Qui in Vaticano a volte non si sa che cosa succederà domani. Tutto è diventato estremamente imprevedibile, la percezione, ogni tanto, è quella di una barca. Che va un po’ di qua e un po’ di là’. Che ne dite? L’incipit è stuzzicante. Ma l’incipit di che? Di un libro dal titolo altrettanto stuzzicante: ‘Un altro Papa – Ratzinger, le dimissioni e lo scontro con Bergoglio’ (Rizzoli). L’autore è un collega esperto in primo luogo di cose turche, insomma non un pivellino frou frou di quelli che pullulano oggi nel giornalismo: Marco Ansaldo, a sua sorpresa vaticanista di Repubblica”.
Giuseppe Rusconi – Rossoporpora (30 dicembre 2020)

“L’autore, Marco Ansaldo, è un inviato genovese de La Repubblica, un ottimo giornalista che ha una storia professionale straordinaria: occupandosi di esteri è stato uno dei pochissimi italiani ad andare per ben quattro volte in Corea del Nord, raccontando poi quello che aveva visto, senza filtri; è il maggior conoscitore di questioni turche in Italia e i suoi racconti sul mondo di Erdogan sono sempre i più informati e ricchi di notizie.
Ma, contemporaneamente, Ansaldo è multitasking, ha partecipato al progetto di Ilaria Cavo per il racconto dei cantautori nelle scuole, ha scritto un libro su Fabrizio De André molto diverso dagli altri, a partire dalla scelta del verso con cui ha titolato il lavoro: “Le molte feritoie della notte”, splendido a partire dal fatto che è inconsueto e poco frequentato.
E poi Marco Ansaldo è un grande appassionato di calcio: ambasciatore blucerchiato nei Paesi del vicino Oriente, tifosissimo della Sampdoria, analista del modello Entella, ma anche organizzatore degli incontri fra intellettuali e sportivi a Palazzo Ducale. Tutto questo è diventato anche un libro per il Canneto editore di Giorgio Mosci: “Allenatori – I guru del calcio in dialogo con gli intellettuali”.
Ma, contemporaneamente, il multitasking Ansaldo ha scritto anche un altro libro, che è quello di cui vi parlo oggi.
Si chiama “Un altro Papa – Ratzinger, le dimissioni e lo scontro con Bergoglio”, è edito da Rizzoli, costa 17 euro ed è appena arrivato in libreria.
Ve lo consiglio moltissimo, perché si legge come un giallo.
Vedete, e qui concludo con i titoli di Ansaldo, Marco è stato per anni anche il vaticanista di “Repubblica”, ruolo importantissimo e complesso, anche perché credo che ci sia una sola cosa più difficile ed entusiasmante di raccontare i retroscena della politica, quella di raccontare i retroscena del Vaticano, al cui confronto le manovre di Montecitorio sono roba da educande.
E, fra tutti i vaticanisti, Ansaldo è uno di quelli che ha dato sempre più notizie.
Tutto questo emerge prepotentemente dal libro in cui smonta pezzo pezzo la vulgata dei due Papi pappa e ciccia fra di loro, come fossero due amiconi vestiti di bianco e come se Francesco fosse uguale a Benedetto e viceversa.
Non è così, per nulla, e Ansaldo lo racconta anche attraverso una serie di aneddoti e soprattutto retroscena personali – mai letti da nessuna parte – che rendono questo libro assolutamente imprescindibile.
A partire dai retroscena sui conclavi, che non vi spoilero perché, davvero, questo libro è avvincente come un giallo. Con la differenza che qui è tutto vero.
Per chi tifa Ansaldo? Sampdoria, certo.
Ma per chi ‘tifa’ fra i due Papi? Qui sta – e non ne dubitavo – l’onestà intellettuale di Marco”.
Massimiliano Lussana – La Puntina (1 febbraio 2021)

“Ansaldo è colto e bilingue. L’editore è Rizzoli e il libro è ben scritto: scivola via con leggerezza nonostante l’argomento gravoso alla coscienza. Quello che Ansaldo descrive è un turbinio di soffiate, informazioni, sacerdoti sboccati in parakimono, parcheggi azzardati, colpi bassi e armadi svuotati di documenti. Non uno spettacolo edificante, degno semmai del fulmine che la notte in cui Bergoglio divenne Francesco si abbatté proprio sulla lanterna della Cupola. Immagine evocativa, che Ansaldo non manca di richiamare. Le pagine sui rapporti con le fonti non ufficiali delle informazioni sarebbero da far studiare nelle scuole di giornalismo. Resta a questo punto l’interrogativo: ma chi sarebbe il Papa mancato? Chi in altre parole sarebbe stato?”.
Nicola Graziani – Agenzia giornalistica Italia (24 gennaio 2021)

“E’ un lavoro di cui c’era bisogno, perché racconta i sensazionalismi e perché rimette un po’ di ordine e ristabilisce la verità di quanto accaduto in maniera sobria e analitica, molto distante quindi da alcune pubblicazioni che hanno suscitato molto scalpore per il loro essere eccessivamente ardite.
Ansaldo si conferma un inviato ‘alla vecchia maniera’, il che gli consente di mantenere inalterata la stima e il rispetto di cui gode anche nelle alte sfere del Vaticano. Ancora una volta, la firma del grande inviato è di peso e questo suo lavoro merita moltissimo”.
Alberto Bruzzone – Piazza Levante (31 dicembre 2020)

“Ansaldo compone, inoltre, un ritratto di quella Francesca Chaouqui ‘Immacolata’, donna di potere in Vaticano; traccia il diradarsi degli incontri fra i due Papi e, infine, ciliegina sulla torta, il più recente caso Becciu e la delusione di padre georg per il suo ‘congedo’”.
Michele Giordano – Il Fatto Quotidiano  (3 dicembre 2020)

“Marco Ansaldo – che con Repubblica ha seguito due Pontefici – tratteggia un volto inedito e reale del Papa che abbandonò il suo incarico, illumina i motivi finora solo intuiti che lo hanno portato alla scelta, e ricostruisce i tempi (fatto molto importante in questo caso), di una svolta personale diventata universale. ‘C’è il modo di fare un altro Papa’, è la frase pronunciata da Benedetto XVI”.
Agenzia Ansa (26 novembre 2020)

Sul libro “Allenatori – i guru del calcio in dialogo con gli intellettuali” (Il Canneto)

“Argomentazioni affrontate un anno fa al simposio genovese di Palazzo Ducale e raccolti ora in un volumetto sapiente, ed elegante fin dalla copertina (Pasolini in azione su un campo di calcio al cospetto di un pubblico molto stupito) di Marco Ansaldo.
Ringraziamenti anche ad Ansaldo per il prezioso contributo a un calcio pensato non solo con i piedi e che conferma il ribaltamento culturale che sta vivendo il mondo del pallone, rispetto a quando Michel Platini sosteneva: ‘I ragazzi hanno gli album delle figurine dei giocatori, non degli allenatori’”.
Massimiliano Castellani – Avvenire (20 dicembre 2020)

“C’è chi pensa che il calcio sia una cosa semplice e chi (forse) si complica la vita cercando spiegazioni filosofiche al 4-3-3 o al pressing alto. Ma una cosa è certa, oggi l’allenatore delle squadre di pallone non è semplicemente chi sceglie i giocatori da mandare in campo assegnando le maglie dall’uno all’undici – piccolo momento amarcord – ma una sorta di santone, un ‘ guru’, uno che magari ha studiato Economia e Commercio o ha persino insegnato all’Università”.
Lucio Luca – La Repubblica (6 febbraio 2021)

Sul libro “Le molte feritoie della notte – I volti nascosti di Fabrizio De André” (Utet)

“Ansaldo ci rivela tutti i volti nascosti del grande cantautore genovese, ripercorrendo il suo cammino d’artista, di poeta e di uomo, scrive pagine bellissime che sono un omaggio sentito all’immensa unicità di questo grande genio.
Ansaldo ha cercato negli anfratti, nelle pieghe delle molte feritoie della notte di Faber e ha ricostruito l’immagine del poeta e dell’uomo partendo dai dettagli, portando alla luce frammenti della sua fragilità e della sua forza.
‘Le molte feritoie della notte’ tra i numerosi libri pubblicati su Faber è uno dei più belli, perché prima di tutto è un atto d’amore.
Grazie a Marco Ansaldo per questo commovente atto d’amore, perché Faber ci manca e ne abbiamo ancora bisogno”.
Nicola Vacca – Gli amanti dei libri (12 marzo 2021)

“Imperdibile e meraviglioso libro edito da Utet ‘Le molte feritoie della notte’ (i quindici euro meglio spesi di sempre, testo definitivo) che ruba il titolo a un verso di Faber se c’è n’è uno, scritto divinamente e che racconta un De André inedito”.
Massimiliano Lussana – Il Giornale (21 febbraio 2016)

“Prendiamo il resoconto che Ansaldo fa di un De André post concerto, al palasport di Genova nel 1981. All’epoca ha ventidue anni. Ma gli è piuttosto chiaro che fra chi fa le domande e l’intervistato ci sono molte barriere. Ostacoli. Che sono l’assillo giornalistico da una parte e l’insofferenza di Faber a dover spiegare sé stesso. Se non a giustificarsi, eventualità che lo faceva andare fuori dai gangheri. Ansaldo quella sera scopre che c’è un cantautore in sottotraccia, ma l’uomo è anche un mistero più grande.
Ansaldo ne è talmente permeato, è così poco fan e così esplicitamente devoto a De André da fare il miracolo: scrive l’ultima pagina, quella che manca sempre anche in buone sceneggiature, il plot che trasforma una storia già sentita in una che vale la pena di ascoltare. E’ l’ultimo diario del cantautore, sono le note a margine di note che De André graffia con la fretta di non fare in tempo. Ansaldo fa quello che sul campo si chiama indagine, i particolari che a molti sembrerebbero ovvi per lui diventano l’architrave di una nuova scuola del credo di Faber. La lotta contro il tempo e contro la verità che diventa sempre più evidente con il progredire della malattia. Sono pagine che vanno lette e meditate soprattutto se si ama De André senza se né ma. Che non è un modo opportuno di avvicinarsi a un artista. Ansaldo però si sdoppia e riesce a distaccarsi dall’icona. Un resoconto impeccabile”.
Renato Tortarolo – Il Secolo XIX (28 dicembre 2015)

“Con precisione decongourtiana, Ansaldo salta dentro e fuori i testi, con incursioni in un privato privatissimo fatte di diari dove gli articoli di Mario Luzi pubblicati sul Corriere della Sera, rincorrono citazioni, titoli di romanzo, una lista di piatti orientali e perfino le medicine da prendere, quando la malattia avanzava e quella morte che Faber sentiva ‘sua’ ben prima di morire, era una finestra sulla propria anima. E poi i ricordi, alcuni dei quali ritrovati, quasi per caso. Sabato 12 settembre 1981: De André è in concerto al Palazzo dello Sport di Genova. Ansaldo ha ventidue anni, collabora al periodico ‘Il buongiorno’, e fa di tutto per poter conoscere il suo mito, trentacinque anni dopo, dal fondo di una cantina, riaffiora una vecchia Tdk impolverata: quel nastro contiene più di una intervista. c’è la traccia per la scrittura. C’è la genialità di chi ‘ha la capacità di risolvere certe intuizioni’. C’è una vena onirica, l’autoironia e barra al centro, un principio ineludibile di verità. ‘Riascoltarla è stato bellissimo – racconta il giornalista – Poi l’ho fatta sentire anche a Dori Ghezzi’”.
Barbara Cangiano – La Città di Salerno (5 febbraio 2016)

“Marco Ansaldo, autore del libro ‘definitivo’ su De André, è vaticanista di ‘Repubblica’ e inviato speciale in ambito di politica internazionale con l’incarico di effettuare reportage. E ogni settimana sull’edizione genovese de ‘Il Lavoro’ firma delle lettere alla città ricche di passione e di umanità”.
Lorenzo Vallarino – Il Giornale (19 febbraio 2016)

“La Foce, come luogo di partenza, il quartiere dei cantautori che si trovavano al bar di via Cecchi o sulle panchine del giardinetto stento lì davanti (dove sarebbe il caso di porre una targa che li ricordi, un progetto su cui Regione e Comune sono già stati sensibilizzati). Ma anche semplicemente quello del ragazzino genovese che, deciso a diventare giornalista, scriverà di luoghi lontani e di vita (e misteri) vaticani, ma che quella passione lì, la musica, non l’abbandonerà mai. Così Marco Ansaldo, inviato di politica internazionale e vaticanista di Repubblica, genovese di nascita e passioni (la Sampdoria, tra le altre) per anni cerca, studia, legge libri, documenti e carte, incontra persone e testimoni: e il risultato è “Le molte feritoie della notte — I volti nascosti di Fabrizio De André” (Utet)”.
Donatella Alfonso – La Repubblica (19 febbraio 2016)

“Ma cosa sono le parolacce? Una buona definizione la diede Fabrizio De André. La ricorda Marco Ansaldo nel suo bel libro ‘le molte feritoie della notte’ (Utet, pp.208). in termini più educati e filologicamente corretti, Ansaldo ricorda quella sera che Faber disse: ‘Non rompete i c… che ne dico troppe: per me le parolacce sono solo quelle che non esistono nel vocabolario italiano o quelle che vanno contro la grammatica e la sintassi”.
Francesco Cevasco – La Lettura del Corriere della Sera (3 gennaio 2016)

Sul libro Il falsario italiano di Schindler (Rizzoli)

(Vincitore del Premio Città delle Rose)

“Il Totenbuch, il registro dei morti del lager di Buchenwald, agghiaccia la pelle anche a vederlo solo in fotografia, con la sua lugubre copertina nera. Contiene, annotati con ossessiva minuzia, i nomi, le date, i luoghi di origine, l’ora e il minuto della morte dei deportati. La loro vita è maniacalmente classificata: i comportamenti durante gli interrogatori e nelle baracche, le malattie, le frustate, persino il numero dei pidocchi trovati nell’ultima ispezione corporale.
Marco Ansaldo, autore di un terribile libro, Il falsario italiano di Schindler, uscito da Rizzoli, ne ha potuto vedere molti di Totenbuch, che raccolgono i nomi delle vittime della persecuzione nazista. Giornalista di «Repubblica», è stato tra i primi al mondo a entrare nell’archivio di Bad Arolsen, in Assia, nella Germania centrale, aperto agli studiosi, dopo infinite tergiversazioni e patteggiamenti, soltanto nel 2007.
Ansaldo ha visto e rivisto milioni di documenti contenuti nei 26 chilometri di schedari d’acciaio dell’archivio che raccontano con inimmaginabile precisione quel che accadde agli ebrei, ai politici, ai militari, agli omosessuali, agli zingari catturati dai nazisti. Non solo a Buchenwald, ma in tutti i lager sperduti nelle nazioni sotto il dominio del Terzo Reich, ad Auschwitz, a Bergen-Belsen, a Dachau, a Flossenbürg, a Mauthausen e altrove.
L’autore ha studiato per anni faldoni, fascicoli, mappe, disegni, schede, quaderni. «Un inferno di carta», ha scritto. Ha visto anche fotografie, microfilm e gli oggetti più diversi che appartennero ai prigionieri. Nonostante la bibliografia sull’inferno nazista dopo tanti decenni sia enorme, questo è un libro impressionante. Aggiunge infatti a quel che si sa altre informazioni dolenti e senza possibilità di smentita sui Muselmann, i prigionieri senza speranza della follia ideologica di Hitler, sui loro destini annebbiati e perduti.
Non molti sui giornali hanno scritto di questo libro. Si fa di tutto per dimenticare quel che allora accadde anche perché fa male al cuore?
Il libro di Ansaldo, davvero all’opposto della moda corrente, scopre nuovi tasselli utili per far capire, forse anche ai negazionisti, cosa fu la crudeltà nazista che ha marchiato non soltanto il Novecento. Scrisse anni fa Norberto Bobbio che i campi di annientamento furono «non uno degli eventi, ma l’evento mostruoso, forse irripetibile della storia umana».
Chi fu l’italiano della Schindler’s List, la vicenda nota per il film di Steven Spielberg del 1993 che dà il titolo al libro? Fu Schulim Vogelmann, maestro tipografo, ebreo polacco divenuto italiano, deportato da Milano – dal binario 21 – ad Auschwitz.
Ansaldo ha trovato il suo nome sotto la scritta «Ju.Ital.» su una carta coi bordi strappati, la lista di Schindler. È l’unico italiano dei 1117 salvati dall’industriale nazista tedesco. Nessuno l’aveva mai scoperto. Il giornalista ha fatto numerosi riscontri, ha parlato con il figlio Daniel, direttore e anima della Giuntina, la casa editrice di Firenze specializzata nel pubblicare opere della cultura ebraica.
Per la sua abilità di tipografo, Schulim Vogelmann divenne uno dei «falsari» dell’Operazione Bernhard, inventata dai nazisti per mettere in ginocchio l’economia britannica immettendo sul mercato inglese una grande quantità di sterline false, 133 milioni, sembra. Il piano non andò in porto. Vogelmann riuscì a entrare nella famosa lista e si salvò, forse anche per la sua conoscenza delle lingue. Tornò, divenne editore, morì nel 1974.
Ansaldo ha trovato anche le schede di Primo Levi, alcune decine conservate in uno degli alti scaffali dell’archivio, «scarne, quasi asettiche, riempite molto seccamente dei soli dati anagrafici»: dall’arresto a Champoluc nel dicembre 1943 ad Auschwitz, numero di matricola 174517. («A distanza di quarant’anni, il mio tatuaggio è diventato parte del mio corpo», scrisse nel suo I sommersi e i salvati).
Anche per Primo Levi la conoscenza della lingua fu essenziale per la salvezza, come la salute e l’aiuto di un muratore di Fossano, «un santo che trovava ovvio aiutare chi soffriva», oltre al lavoro nel laboratorio chimico che gli diede qualche privilegio.
Il libro è di grande interesse, persino romanzesco, un romanzo nero. Ansaldo incontra nelle carte e anche nella vita una catena di personaggi non comuni, i pochi sopravvissuti. Boris Pahor, lo scrittore sloveno, si stupisce quando il giornalista gli fa vedere a Trieste la sua scheda. I nazisti annotarono tutto di lui, come reagiva agli interrogatori, ma anche notizie sugli occhiali che portava, sull’udito, sulla dentatura disegnata con precisione: un ponte e una corona.
Imre Kerstész, poi, Premio Nobel per la letteratura nel 2002. I nazisti, nel suo caso, non furono diligenti come al solito. Lo diedero infatti per morto a Buchenwald il 18 febbraio 1945. È arrabbiato, Kertész, deportato ragazzo, per il «kitsch dell’Olocausto» che sente intorno a sé. «Non si ha il coraggio – dice ad Ansaldo – di chiamare quel che è avvenuto col suo vero nome, la distruzione degli ebrei in Europa».
Edith Bruck, la scrittrice deportata tredicenne da un povero villaggio ungherese, ha mantenuto, con amara intelligenza, la promessa di «parlare per loro», i morti.
Ansaldo non si è mai stancato di cercare nello sterminato archivio. Ha trovato, tra i tanti, lo smilzo dossier di Irène Némirovsky morta ad Auschwitz. Jüdin, giudea, la condanna un documento. Nascosta in Francia, l’autrice di Suite francese, al momento dell’arresto riesce a scrivere il suo ultimo biglietto: «Giovedì mattina. Mio amato, mie piccole adorate. Credo che partiremo oggi. Coraggio e speranza. Siete nel mio cuore, miei diletti. Che Dio ci aiuti tutti». Ha quarant’anni, è una donna minuta e gentile. Muore di tifo un mese dopo l’arresto, il 19 agosto 1942, «alle ore 15.20». Il marito muore nelle camere a gas il 6 novembre.
Dietrich Bonhoeffer, il grande teologo che cospirò contro Hitler, fu impiccato; Mafalda di Savoia, la figlia del re Vittorio Emanuele III morì nel bordello di Buchenwald, ferita in un bombardamento, operata dolosamente in ritardo tra atroci sofferenze; Wilhelm Canaris, il potente capo dei servizi segreti di Hitler coinvolto nell’attentato del 20 luglio 1944, fu strangolato con una corda di pianoforte a Flossenbürg.
Anna Frank, infine, tra i molti altri degni di memoria. Il documento è gelido come i carcerieri della ragazzina: «Frank, Annelies Marie Sara. Nata il 12 giugno a Francoforte. Residente ad Amsterdam, in piazza Mervede 37, II piano. Nubile…».
Due segni dalla forma di croce uncinata, incisi a penna in cima e in fondo al foglio, bollano, l’8 agosto 1944, il documento d’internamento di Anna che con il suo diario ha fatto piangere di commozione e di orrore il mondo”.
Corrado Stajano – Corriere della Sera (5 dicembre 2012)

“Ansaldo è giornalista scrupoloso. Ed è anche (lo dimostra la bibliografia posta in calce al volume) cultore appassionato degli studi sulla Shoah. Il suo libro ha il merito di raccogliere in un unico disegno i frammenti pubblicati a suo tempo da ‘Repubblica’, e di suggerire al lettore la drammatica ricchezza dell’archivio di Bad Arolsen. Nondimeno, ‘Il falsario italiano di Schindler’ denuncia tutti i margini di equivoco cui si presta un’operazione di approccio all’archivio – a qualunque archivio – fondata esclusivamente sul fascino della ‘trouvaille’. Sull’emozione pura e semplice del documento ritrovato, anziché su un adeguato questionario di interrogativi di ricerca”. 
Sergio Luzzatto – “Un popolo come gli altri. Gli ebrei, l’eccezione, la storia” (Donzelli, 2019)

“Un viaggio in un archivio che è un incubo, se ci pensate. Rendetevi conto: 26 chilometri di archivio. Lo sapete cosa sono 26 chilometri di archivio, di scaffali, contenenti 30 milioni di documenti, di fascicoli in cui i tedeschi hanno minuziosamente segnato, uno per uno, decessi, morti, esperimenti, bestialità, atrocità commesse nei loro campi di sterminio? Non si tratta di Storia scritta dai vincitori, perché in questo caso gli sconfitti la Storia se la sono scritta da soli. Tipo questo: tra le foto del libro c’è questo, vedete, il libro dei morti di Buchenwald, il registro in cui venivano segnati i nomi degli internati deceduti compresi quelli dei tanti giustiziati con un colpo di pistola in testa, con tanto del minuto in cui venivano assassinati. Si può dire: è un falso… Va bene, diranno i negazionisti, è un falso… E gli altri 30 milioni di fascicoli? E i 26 chilometri di archivio di Bad Arolsen? Tutto falsificato? No, la Storia non l’hanno scritta i vincitori in questo caso. La Storia se la sono scritta da soli gli sconfitti. E prima di dire che Norimberga fu campata in aria, prima di dire che il processo fu senza prove, eccole le prove. Guardatelo bene: questo è il vero libro della morte. Parliamone, prima di dire stupidate sull’inesistenza della Shoah, sulla mancanza di prove della Shoah. Ventisei chilometri di archivi. Se volete farvi un giro nell’inferno di carta di Bad Arolsen, procuratevi questo libro, leggetelo”.
Metal Mike Free Man – video recensione su Youtube (26 aprile 2017)

Sul libro “Uccidete il Papa – La verità dietro l’attentato a Giovanni Paolo II” (Rizzoli)

“È appena stato pubblicato in Italia un libro accurato e convincente, scritto da due giornalisti: il vaticanista di Repubblica Marco Ansaldo e la corrispondente a Roma del quotidiano turco Sabah, Yasemin Taskin. S’intitola “Uccidere il Papa. La verità sull’attentato a Giovanni Paolo II” (Rizzoli). E’ un libro documentatissimo, dove ogni particolare viene vagliato e dove si trovano raccolti e sistematizzati materiali interessantissimi. Ansaldo e Taskin non sono partiti da una tesi precostituita, non sono mossi dal desiderio di incolpare qualcuno o di scagionare qualcun altro. Passano al setaccio ogni possibile pista, in modo impeccabile. Dimostrano, ad esempio, come la pista bulgara non sia provata ma sia stata piuttosto intenzionalmente gonfiata.
Che cosa sostengono invece Ansaldo e Taskin nel loro documentato e prezioso libro? Sostengono che l’attentato sia maturato nell’ambiente dei Lupi Grigi, di quel fanatismo dove si mescolavano accenti islamisti e contatti con i servizi segreti. Insomma, da quegli stessi ambienti che hanno ordinato la morte di don Andrea Santoro e del vescovo Padovese. Quella degli autori del libro non è affatto una tesi precostituita o campata per aria. Entrambi i giornalisti conoscono profondamente la realtà turca, conoscono da molto tempo lo stesso Alì Agca che hanno più volte incontrato e intervistato.
Il libro di Ansaldo e Taskin è la migliore ricostruzione fino ad oggi realizzata di quell’evento. E dopo aver letto con attenzione il loro libro, ci si convince dell’alta probabilità che le cose siano andate come dicono loro. Nel libro, peraltro, grazie a un biglietto manoscritto trovato nelle tasche dell’attentatore turco, si apprende come la scelta del giorno 13 per compiere l’attentato fu da parte di Agca del tutto casuale (aveva altri giorni ipotizzati, ad esempio il 20 maggio). E’ ovvio che a nessuno – e tantomeno a un Papa mariano come Wojtyla – sarebbe sfuggita la coincidenza della data, e per questo Giovanni Paolo II ha creduto di riconoscersi nel vescovo vestito di bianco che viene ucciso nella visione di Fatima. Ma da parte di chi ha tentato di uccidere il Papa, quella della data non sarebbe stata una scelta consapevole.
E se la soluzione fosse più semplice, molto più semplice? Il segreto di Fatima non sarebbe toccato (il Papa fu comunque colpito il 13 maggio), la gravità del fatto rimarrebbe ovviamente tutta, con un Pontefice, oggi beato, che versa il suo sangue nel luogo del martirio di Pietro, e che soffre offrendo le sue sofferenze per la Chiesa. Un vescovo raccontò che a tavola con il Papa, dopo aver ascoltato varie ipotesi sui mandanti dell’attentato, Wojtyla tagliò corto e disse: “E’ stato Satana!”, inquadrando l’episodio nel mysterium iniquitatis. Ci sarebbe, certo, una differenza: il KGB con la volontà di assassinare il Papa non esiste più. Certi ambienti dell’estremismo turco, al contrario, mostrano di essere ancora ben attivi.
Andrea Tornielli – La Stampa (22 giugno 2011)

“Chi e perché voleva uccidere il Papa polacco? Alì Agca, il killer turco arrestato con la pistola fumante subito dopo gli spari in piazza San Pietro, è tornato ad essere un libero cittadino nel gennaio 2010, dopo 29 anni di prigione trascorsi prima in Italia e poi in Turchia (per un omicidio compiuto ad Istanbul nel 1979). Lui stesso si è vantato d’aver fornito diverse decine di versioni sull’attentato, in un miscuglio di verità e menzogne che ha recitato atteggiandosi di volta in volta a pazzo, profeta, messia. Due giornalisti, il vaticanista del quotidiano la Repubblica, Marco Ansaldo, e la corrispondente di un quotidiano turco in Italia, Yasemin Taskin, l’hanno incontrato più volte e lui all’ennesima, insistente domanda sull’attentato al Papa ha risposto che «non è poi così complicato, è una faccenda semplice». Ma che ne è allora dell’intricato groviglio di fatti, coincidenze, ipotesi e depistaggi che neppure tre inchieste giudiziarie nel corso di 16 anni sono riuscite a dipanare? Ansaldo e Taskin si sono inoltrati in questa foresta fitta e impenetrabile, hanno esaminato dossier riservati, hanno interpellato giudici, prelati, spie e trafficanti d’armi, e ci offrono la loro risposta nel libro”.
Luigi Geninazzi – Avvenire (11 maggio 2011)

Sul libro Chi ha perso la Turchia. Viaggio al termine dell’Europa, fra nuovi lupi grigi e scrittori sotto scorta (Einaudi)

“Adele Cambria sfrutta anche le sue capacità giornalistiche per raccontare la storia di Istanbul attraverso le citazioni di tanti autori che nel tempo ne hanno scritto e parlato. Su tutti il più scandagliato è il Nobel Orhan Pamuk che alla sua città ha dedicato un famosissimo libro. Ma il lavoro di Adele Cambria, anche attraverso l’uso di alcuni importanti saggi, fa entrare il lettore nelle vicende storiche, raccontando oltre alle bellezze artistiche dell’urbanità, il percorso politico-culturale turco e le questioni dell’attualità. Mi paiono esemplari in questo senso i saggi citati di Marco Ansaldo (Chi ha perso la Turchia, Einaudi 2011), dove viene analizzata la posizione geopolitica attuale della Turchia di Erdogan e quello prettamente storico, Costantinopoli, di Jonathan Harris. Già Flaubert scrisse che Costantinopoli sarebbe diventata la capitale del Mondo. Più puntuale fu Pierre Loti nel 1890. E De Amicis, che gli dedicò un bellissimo diario di viaggio con una lingua stupefacente, ne immortalò le caratteristiche magiche: la posizione geografica, le architetture, i mercati le abilità dei mercanti”.
Alessandro Agostinelli – alleo.it (8 ottobre 2012)

“A questa domanda risponde Ansaldo, individuando da parte europea una bocciatura di fatto, evidente, sebbene mai finora espressa con una decisione finale, quanto con una politica dilatoria e reticente, tanto è vero che i negoziati si trascinano in modo stanco “con il richiedente costretto a fingersi entusiasta per non perdere almeno la faccia, e i giudicanti mai risoluti nel chiudergli definitivamente la porta, pena un clamoroso caso internazionale la cui portata e conseguenze non sono oggi immaginabili.” I responsabili di questa perdita sono però anche sulla sponda turca e, a parere di Ansaldo, sono i Lupi Grigi ed i nazionalisti del MHP, “i partiti che si richiamano ad istanze socialdemocratiche ma si battono in realtà per istanze nazionaliste”, un chiaro riferimento ai kemalisti del CHP, l’esercito ed i generali autori di golpe in passato e “dell’inquietante Stato Profondo che in Turchia tutto controlla e molto decide”, certo per motivi diversi costoro sono “i fautori del no al disegno comunitario e anche all’occidente”.
Nonostante loro e nonostante il raffreddamento dei rapporti con l’Unione Europea, secondo Ansaldo una buona fetta di cittadini turchi resta tuttora favorevole all’Europa e spinge ancora per entrare e a ricordarci che i patti devono essere rispettati e le regole non possono essere cambiate quando il gioco “come adesso, è ancora in corso.”
Il libro di Ansaldo, preciso e puntuale, ha il merito di sottolineare come coloro che secondo alcuni luoghi comuni ma anche molti commentatori e giornalisti, ovvero i militari ed il CHP, descritti spesso come custodi della laicità e dei valori occidentali, non siano poi così entusiasti dell’ingresso del loro paese nell’UE, visto che perderebbero definitivamente il peso che hanno avuto nella società turca fino ad ora e che si è molto ridimensionato da quando l’AKP di Erdogan è apparso sulla scena, ma il peso di costoro in Turchia è sempre minore, di sicuro non paragonabile a quello di alcuni governi europei e della burocrazia dell’UE, che con la loro politica dilatoria hanno finito per bloccare di fatto i negoziati e fornito argomenti a chi in Turchia sottolinea le chiusure ed il doppiopesismo dell’Europa”.
Raffaele Morani – Istanbul Avrupa (19 dicembre 2011)

Sul libro Né tetto né legge. L’Odissea dei profughi (Limina)

“Il reportage di Marco Ansaldo non è un lavoro di dati e cifre. Tiene sì conto di quei numeri ma li lascia sullo sfondo. Perché la questione dei rifugiati è soprattutto un problema di rispetto dell’uomo, e quel che emerge da queste pagine sono proprio le storie di quegli uomini. L’autore si è messo alla caccia dei ‘dannati della terra’, ovunque fossero, e ne ha trovati milioni. Verso di loro, nel raccogliere le testimonianze, nel fotografare l’ambiente che li circonda, ha provato sentimenti di tenerezza, di pietà di rabbia anche. Ma soprattutto ha incontrato grande dignità.
Ansaldo ha dedicato cinque anni della sua vita professionale per documentarsi, viaggiare ai quattro angoli della terra e raccontare la fuga dei profughi. Realizzando un progetto di largo respiro. Le sue storie sono ‘foto’ di un bianco e nero essenziale, autentico, duro”.
Sebastião Salgado, prefazione e foto al volume

“Per effetto di guerre, persecuzioni e carestie, una massa di profughi valutata intorno ai 90 milioni si aggira per il pianeta. Questa non-nazione ha già ora le dimensioni della Germania. Merito di Marco Ansaldo averla tratta dal buio con il suo Né tetto né legge (Editore Limina, pagg. 193) e aver colto nel dilatarsi di quella massa sospinta e risospinta, una questione centrale a questo scorcio di fine millennio. Giornalista di Repubblica, Ansaldo racconta le storie di fuggiaschi raccolte in cinque anni, e sono soprattutto storie di aggrediti e vinti, musulmani di Bosnia, hutu e tutsi del Ruanda, azeri scampati agli armeni e armeni scampati agli azeri, nord-coreani e cubani scampati al socialismo reale e albanesi fuggiti dal crack del casinò-capitalismo di Berisha: alcuni di loro hanno forti possibilità di scambiare il ruolo di vittima con quello di boia, riproducendo su altri la violenza di cui sono stati vittima.
Ansaldo ha buon gioco nel dimostrare che c’è qualcosa di sinistro nell’equidistanza Onu tra la parte che organizza il genocidio, per esempio, e la minoranza che ne è vittima. Giornalisti e personale Onu di solito non si amano. Agli uni, i funzionari delle Nazioni Unite appaiono una burocrazia mediocre. Agli altri, i giornalisti sembrano una torma di arronzatori che riduce situazioni complesse agli aspetti più truculenti e spettacolari. Questa diffidenza non infondata la ritroviamo in Ansaldo”.
Guido Rampoldi – La Repubblica (7 aprile 1998)

“Marco Ansaldo, giornalista di ‘Repubblica’, ha scritto un libro doloroso e pietoso, ‘Né tetto né legge’ (Limina, pag. 193), una narrazione fondata sull’esperienza professionale e sulla vita vissuta.
‘Né tetto né legge’ è pieno di fatti e di personaggi. Alcuni restano nella mente più di altri. La storia di Keko, il giovane curdo, guerrigliero del Pkk, il partito dei lavoratori, che divide il suo tempo fra l’università e il mitra, in lotta contro la Turchia in nome dell’identità curda; la storia di Sa’ada, la bella ragazza somala approdata a Roma dove con coraggio e testardaggine è riuscita a conquistare i suoi diritti e a costruirsi un nuovo destino; la storia di una boat-people vietnamita violentata dai pirati del Golfo del Siam che non ha voluto il figlio della violenza. (‘Non fu facile, credimi, decidere di non volerti’)”.
Corrado Stajano – Corriere della Sera (27 marzo 1998)

“Amitav Ghosh e Marco Ansaldo hanno scritto libri molto vicini, ma anche assai diversi. Uno è un libro di uno scrittore, l’altro di un giornalista. Entrambi usano il reportage dichiarando la vitalità di questa forma di scrittura, così marginale nella nostra stampa, sapendo che per questa strada si possono fare ottima informazione e vera letteratura”.
Oreste Pivetta, L’Unità (22 febbraio 1998)

“Vagano senza ‘Né tetto né legge’, come recita il titolo del bel libro di Marco Ansaldo (Limina, 194 pagine, prefazione di Sebastião Salgado). Attratto dai grandi problemi che spesso i media preferiscono ignorare, Ansaldo narra in modo incalzante le storie dei nuovi dannati della terra, dal Ruanda alla Corea, dal Vietnam all’Albania, dall’Avana alla Bosnia al Caucaso”.
Bruno Arpaia, D – La Repubblica delle Donne (13 gennaio 1998)

“Vorrei citare un prezioso ‘Né tetto né legge’, di cui Marco Ansaldo, in cui l’odissea dei profughi del mondo viene raccontata anche lei attraverso storie terribilmente belle”.
Adriano Sofri – Il Foglio (18 maggio 1999)

“E’ un libro da non perdere: perché prende il cuore, perché scritto bene, perché parla di uomini in fuga, di disperazione ma anche di speranza. Marco Ansaldo, inviato speciale de ‘la Repubblica’, esperto in politica internazionale, ha dato alle stampe ‘Né tetto né legge’, edito da Limina: l’Odissea dei profughi vista, raccontata, denunciata da un testimone oculare. Sono pagine di dolore, sono pagine di lacerante amore. Nella prefazione il grande fotografo e scrittore Sebastião Salgado osserva: ‘Per secoli e millenni le popolazioni si sono spostate, ma mai come in questo periodo masse così ingenti cambiano la fisionomia geopolitica dell’intero mondo. Si tratta di un problema che ci riguarda tutti da vicino”.
Darwin Pastorin – TuttoSport (18 gennaio 1998)

Su una conferenza dal titolo “Tutti i nemici di Papa Francesco”

“Il noto giornalista genovese Marco Ansaldo, esperto vaticanista della ‘Repubblica’, ma anche straordinario inviato all’estero in scenari difficili come la Turchia e il Medio Oriente, ieri sera ha letteralmente incantato a Palazzo Ducale. L’occasione era la serie di incontri dal titolo ‘Religioni e intolleranza’, che si tengono dallo scorso 22 gennaio. Ansaldo ha lasciato tutti a bocca aperta (le circa 400-500 persone in platea, alcuni in piedi) per le sue parole e la profonda conoscenza sul mondo del Vaticano. Ha spiegato nei dettagli chi, all’interno delle Sacre Mura, è contro l’opera riformatrice di Papa Francesco, le probabili congiure, i corvi (di cui Ansaldo ha sempre parlato dal vivo), i retroscena dei cardinali pro e contro il Papa”.
Genova Sì  (9 febbraio 2016)

Sulla Sampdoria, come ambasciatore del club

“Marco Ansaldo è la più bella immagine della Sampdoria nel mondo, un valore aggiunto straordinario”.
Massimiliano Lussana – La Puntina (20 febbraio 2021)