CITTÀ DEL VATICANO – «Se solo il Vaticano parlasse… Il Santo Padre, quel benedett’uomo, ci nascose persino la pallottola che gli uomini della sua sicurezza raccolsero sul pianale della papamobile.

Noi giudici fummo tenuti all’oscuro di questo fatto per molto tempo, anni. Eppure si trattava di un elemento unico, determinante ai fini dell’indagine.

Poi, in occasione di un anniversario dell’attentato, uno dei primi, il Pontefice andò a mettere il proiettile sopra la testa della Madonna di Fatima, in Portogallo».

Fu Ilario Martella a condurre, dopo il primo rito per direttissima, la seconda inchiesta giudiziaria dell’atto di terrorismo forse più eclatante del XX secolo insieme all’omicidio di John Fitzgerald Kennedy a Dallas.

Oggi quel dettaglio che l’anziano magistrato ricorda, assieme a quello- tutt’altro che secondario – di tre colpi sparati in piazza San Pietro invece dei
due di cui si è sempre saputo e che raggiunsero il Papa, potrebbe contribuire ad alzare il velo sul mistero dell’attentato a Wojtyla.

Chi furono i mandanti? Attorno a questa domanda ruota, esattamente da 30 anni, il nodo irrisolto dell’agguato a Giovanni Paolo II in piazza San Pietro avvenuto il 13 maggio 1981.

E la risposta, in un’ inchiesta lunga vent’anni e compiuta in sei Paesi diversi, è che non vi furono mandanti. I responsabili non furono né i bulgari, né il Kgb. E neppure, come hanno sostenuto altre ricostruzioni, la Cia, e tanto meno il Vaticano.

I mandanti furono gli stessi esecutori. A ideare, concepire e compiere l’attentato a Wojtyla furono infatti i Lupi grigi turchi, ultranazionalisti, filo islamici, contrari all’Occidente e al capo della religione che per essi lo rappresenta. E lo fecero per ragioni ben precise.

LA TERZA PALLOTTOLA Allora forse bisogna partire da qui, da uno dei dettagli più nascosti di un’ indagine ormai finita a livello processuale – anche gli ultimi due gradi di giudizio non riuscirono a determinare prove sufficienti per individuare i mandanti – nel tentativo di ricostruire i meccanismi che portarono agli spari del 13 maggio 1981.

Perché, appunto, quella pallottola esplosa contro il Papa è un dettaglio dimenticato, rimasto sepolto nelle cronache della visita di Giovanni Paolo II in Portogallo, e mai riemerso.

Il proiettile posto sulla corona della Madonna di Fatima, rimasto fino al 1984 in Vaticano e mai periziato dalla magistratura indipendente, potrebbe dire molto: ad esempio se a esploderlo fu lo stesso Agca, oppure, qualora risultasse non compatibile con la sua arma, da un’altra pistola.

Un contributo nuovo e rilevante lo danno gli archivi della Repubblica federale tedesca a Berlino, che negli ultimi anni stanno raccogliendo, classificando, e riunendo pezzo per pezzo, avvalendosi di computer di ultimissima generazione, le briciole dei documenti stracciati dai funzionari comunisti nelle drammatiche ore che seguirono la caduta del Muro.

L’azione è cominciata alle 17.19», leggiamo in un protocollo del Ministerium
für Staatssicherheit
(MfS), il ministero per la Sicurezza dello Stato, noto come STASI, cioè i servizi segreti della Germania Est, «il Papa è stato colpito da tre pallottole».

IL COMPLOTTO La possibile presenza di una terza pallottola è un dettaglio
rilevante. Ilario Martella conferma che si tratta di un elemento capace di portare a nuove piste.

Una tesi di cui sono convinti, pur nelle diverse valutazioni circa i mandanti, molti dei magistrati che indagarono sul caso, da Rosario Priore a Ferdinando Imposimato.

Quel proiettile in più potrebbe dimostrare in maniera certa la presenza di un secondo killer, quindi di un commando e, dunque, di un complotto.

Demolendo quindi la tesi dell’azione compiuta da un attentatore solitario come quella sostenuta in ultimo da Agca, estradato in Turchia dopo vent’anni di carceri italiane, una volta accettata la sua versione di aver agito da solo.

IL PROGETTO L’ azione fu pensata ed esposta ai suoi compagni in carcere dall’attentatore già quando Giovanni Paolo II andò in viaggio ufficiale in Turchia (28-30 novembre 1979).

Il giovane killer, accusato dell’omicidio del direttore del quotidiano di sinistra Milliyet, Abdi Ipekci, fu fatto evadere solo quattro giorni prima dalla prigione di Kartal Maltepe con l’ aiuto dei Lupi grigi e dei militari turchi. E inviò allo stesso giornale una lettera con la minaccia: «Ucciderò il capo dei cristiani».

I MOTIVI Agca non riuscì allora nel suo proposito, ma lo fece un anno e mezzo dopo e ad aiutarlo fu la fazione guidata dal capo dei giovani Lupi grigi Abdullah Catli, collegato in Turchia ai partiti di centro destra e alla polizia, come si scoprirà nell’incidente automobilistico di Susurluk che lo uccise nel 1996 e che divenne perciò un colossale caso politico, svelando gli intrecci fra criminalità e istituzioni.

I Lupi grigi, una volta usati dai generali per i disordini di piazza e gli omicidi organizzati che portarono al golpe del 1980 (12 settembre), furono ripudiati e cacciati per i loro crimini.

Si rifugiarono in Germania, Francia e Austria. E lì, con un sentimento di rivalsa sia verso i militari turchi- da cui si sentivano traditi – sia nei confronti dell’Occidente in generale – da cui non si poggiati – vollero dimostrare di che cosa fossero realmente capaci puntando a obiettivi più alti, a livello internazionale.

Concepirono così nel periodo seguente (fine 1980-‘ 81) l’ipotesi di attentati a grandi personalità politiche mondiali, la Regina d’ Inghilterra, il segretario dell’Onu Kurt Waldheim, la presidente del Parlamento europeo Simone Weil.

E il Papa, naturalmente, che incarnava tutto il contrario del pensiero ultranazionalista dei Lupi grigi. «Il progetto partì dallo stesso Ali- confessa oggi l’ ex Lupo grigio Dogan Yildirim – e il piano spaccò la nostra base». Alla fine il disegno fu appoggiato e finanziato dal gruppo.

LA CIA E IL FALSO DELLA PISTA BULGARA Non ci furono mandanti, perché i Lupi grigi organizzarono il piano da soli. Né ci sono – come non ci sono mai stati, del resto – documenti in proposito, al di là delle minute disegnate dall’attentatore. Il progetto avvenne in puro stile criminale, nello stile del gruppo.

La pista bulgara fu un falso. Un’ operazione fortunata e di grande successo, cavalcata ancora oggi da alcuni politici e magistrati, soprattutto in Italia, ma preparata a tavolino.

Fu ideata dalla Cia, addirittura un anno e mezzo dopo l’ attentato, alla fine del 1982, dopo che un gruppo ristretto costituitosi all’interno del Centro di studi internazionali e strategici di Washington e guidato da Michael Ledeen (lo stesso analista che nel 2003 inventerà la pista dell’uranio arricchito in Nigeria venduto all’Iraq come motivo dell’attacco di Busha Saddam Hussein), sulla spinta dal segretario di Stato americano, il “falco” ex generale Alexander Haig, scatenò una campagna di accuse contro Sofia, per colpire l’ Unione Sovietica allora considerata dall’amministrazione Reagan come l’ Impero del Male.
Si fece leva, in maniera molto astuta, sul periodo trascorso dall’attentatore nel 1980 in Bulgaria. I Lupi grigi erano certamente presenti a Sofia, ma non per progetti politici inconcepibili (erano infatti un gruppo fascista), quanto piuttosto per compiere affari con i bulgari nella compravendita di armi e droga, come dimostreranno le coraggiose inchieste del giornalista turco Ugur Mumcu (poi saltato in aria sulla sua auto nel 1993), riprese poi in Italia dal giudice Carlo Palermo.

Lo strumento su cui l’intelligence Usa agì furono i servizi giornalistici di Claire Sterling sul Reader’ s Digest e sulla Nbc, pilotati dal capo della stazione Cia ad Ankara, Paul Henze.

A queste “rivelazioni” dei media americani (settembre 1982), seguì il viaggio del giudice Ilario Martella a Washington per parlare con gli autori degli articoli (ottobre 1982).

Al suo ritorno, Agca, che ha sempre avuto la capacità di fiutare il vento e di riadattare le proprie versioni, cominciò per la prima volta a parlare, pur tra evidenti contraddizioni e sotto la probabile influenza dei servizi italiani, della nuova pista bulgara (interrogatorio dell’8 novembre 1982).

IL PROCESSO E L’ ASSOLUZIONE Le sue accuse finirono per costituire il fondamento della partecipazione di Sofia nell’azione contro il Papa polacco, con il sottinteso (mai dimostrato) che la regia dell’operazione risiedesse a Mosca.

A Roma tre funzionari bulgari, Antonov, Ayvazov e Vassilev, furono indicati dall’attentatore come suoi complici. Il primo subì un lungo processo, con accesi confronti in aula con i Lupi grigi, i quali, senza scrupolo, a quel punto trascinarono lui e la Bulgaria nel vortice di un fantomatico complotto.

LE FALLE DELLA GIUSTIZIA ITALIANA La giustizia italiana, che fallì completamente (e fu per questo molto criticata all’estero) perché non riuscì mai a concentrarsi sui veri motivi che condussero all’attentato, impiegando tempo a privilegiare ipotesi rivelatesi come irrealistiche e svianti, nel 1986 fu costretta ad assolvere i bulgari per insufficienza di prove.

Oggi il corrispondente del Washington Post, Michael Dobbs, che seguì il caso spiega: «Molte delle prove portate in tribunale avrebbero fatto ridere una Corte americana».

I LUPI GRIGI OGGI Agca, nelle migliaia di parole scritte e scambiate a voce con noi in vent’ anni, di recente si è lasciato sfuggire con me e la giornalista turca Yasemin Taskin, coautrice del libro Uccidete il Papa (Rizzoli), che «l’attentato non è complicato, come si crede, ma, in fondo,è una faccenda
semplice».

Una faccenda semplice e lineare perché ad attentare alla vita del Papa e a concepire l’ idea dell’agguato fu il suo gruppo, i Lupi grigi turchi. Le complicazioni arrivarono dopo, artatamente, quando a mischiare le carte furono i vari servizi segreti dei Paesi coinvolti, Italia compresa, tese ad accusare o a coprire, a seconda delle rispettive convenienze.

Sono i Lupi grigi il solo gruppo che l’ attentatore ha sempre protetto, nelle 107 versioni fornite finora, gli unici che non ha mai tradito, e da cui, tuttora,è assistito, finanziato e sostenuto.

I CRIMINI ANTICRISTIANI L’ avversione dei Lupi grigi – frammentatisi nel
tempo in decine di sigle diverse, e presenti ancora nel Parlamento ad Ankara – agli esponenti cattolici,è resistita fino a oggi.

Come dimostrano gli omicidi recenti in Turchia del vescovo monsignor Luigi Padovese, di don Andrea Santoro, dei tre editori della Bibbia a Malatya (città natale di Agca) e di tanti altri assalti, avvenuti per mano loro. 

(20 aprile 2011)