RECEP TAYYIP ERDOGAN PRESIDENTE DELLA TURCHIA

Pubblicato su Policymakermag.it il 3 Aprile 2024
Di Maria Scopece

Le elezioni amministrative in Turchia registrano un risultato clamoroso: il partito di Erdogan, l’Akp, non è più il primo partito della Turchia, superato dal partito repubblicano Chp. Ne abbiamo parlato con Marco Ansaldo, giornalista esperto di politica turca 

L’Akp di Erdogan non è più il primo partito della Turchia. Alle ultime elezioni amministrative il partito repubblicano Chp ha ottenuto due risultati ‘storici’: ha superato la soglia del 27% (prima volta dal 1977) ed è divenendo il primo partito con il 37,7% delle preferenze. Una sconfitta per il partito di Erdogan che non è riuscito a riprendersi Istanbul ed Ankara e che ha perso roccaforti come Adiyaman, Afyon, Sivas. Un voto amministrativo che ha ribaltato quello politico del maggio scorso.

Di tutto questo ne abbiamo parlato con Marco Ansaldo, giornalista per anni a Repubblica, inviato speciale per la politica internazionale, vaticanista e consigliere scientifico di Limes, in libreria con “La marcia turca” (ed Marsilio).

Il partito di Erdogan ha perso le elezioni amministrative in Turchia. Quale informazione ci arriva da questo risultato?

Il primo dato è che in Turchia la democrazia esiste, non è la Russia di Putin. L’opposizione concorre e può anche vincere. Nelle elezioni politiche e presidenziali del maggio del 2023 Erdogan sembrava in svantaggio e invece ha vinto sul filo di lana. Abbiamo sempre detto che erano state elezioni ‘fair and free’, libere e democratiche, come sono sempre tutte quelle in Turchia. Il voto amministrativo di domenica lo conferma. Questo è un dato molto confortante.

Passando all’analisi del risultato, a cosa occorre fare attenzione?

Quello che spicca è sicuramente il sorpasso del partito Repubblicano che ha superato, per la prima volta, il partito Giustizia e Sviluppo di Erdogan.  Quindi questo dà la misura anche di quello che sta accadendo all’interno della Turchia e del confronto in atto, questa volta sono gli oppositori a vincere.

Quali sono i temi che hanno pesato di più nelle ultime elezioni amministrative in Turchia?

Sicuramente ha pesato molto l’economia. Perché non dimentichiamoci che questo è un voto locale. Sono le città che hanno votato e gli abitanti delle città sono preoccupati dall’inflazione alta, dalla disoccupazione insostenibile, dal prezzo delle case, hanno avuto paura per il terremoto e sentono la necessità di costruire abitazioni adeguate. Ecco, tutto questo ha inciso molto nella decisione del voto di domenica scorsa.

Istanbul e Ankara hanno confermato gli amministratori uscenti. Il voto di domenica scorsa lo possiamo leggere più come un premio agli amministratori o come una sconfitta del partito di Erdogan?

Entrambe le cose. Gli elettori hanno riconosciuto il buon lavoro degli amministratori, sia Yavaş ad Ankara che İmamoğlu a Istanbul sono stati considerati dei buoni amministratori. L’affermazione è stata netta, Yavaş e İmamoğlu hanno ottenuto importanti percentuali di voti in più rispetto agli sfidanti, Imamoğlu circa il 12% in più. Dall’altra parte c’è stata sicuramente la sconfitta che attribuirei a numerosi errori da parte di Erdogan.

Quali sono stati gli errori di Erdogan?

Erdogan, pur essendo un politico sopraffino, uno stratega di lunghissimo corso, anche a livello internazionale, in queste elezioni amministrative non ha giocato bene la sua partita, non ha scelto, ad esempio, il candidato giusto a Istanbul. A Smirne il distacco è stato di 30 punti percentuale ma Smirne da 100 anni è appaltata al partito repubblicano, non c’è storia.

La partita grossa ha riguardato Ankara e Istanbul.

A Istanbul il candidato scelto era una pallida controfigura di Erdogan. Tra l’altro un uomo che veniva da Ankara. È stata una mossa azzardata presentare agli abitanti di Istanbul un uomo che viene da Ankara. Chiaramente Erdogan non ha voluto una persona che gli potesse fare ombra. A Istanbul, la sua città, dove è nato, dove è cresciuto anche politicamente, dove si è affermato, non ha voluto mettere un uomo forte, riconoscibile, un suo figlio diretto e ha sbagliato nettamente. Credo che possiamo iniziare a intravedere i segni di una parabola discendente da parte del leader turco.

È presto per dare Erdogan per finito?

Certo, aspetterei a vedere la sua fine. Le prossime elezioni saranno nel 2028 ma vedo che molti parlano di elezioni anticipate già al prossimo anno, nel 2025, e questo è possibile. Molto dipende dalla salute anche di Erdogan che è un uomo giovane, perché ha appena compiuto settant’anni, però è un uomo anche usurato dal potere: è al potere da trent’anni.

Che impatto ha sulla posizione geopolitica della Turchia la permanenza al potere di Erdogan?

Da un punto di vista geopolitico, da un punto di vista internazionale, io non credo che in Turchia cambi qualcosa, sia che ci sia Erdogan al potere o un repubblicano. Le mire della Turchia non sono date solo dalla visione del suo leader attuale ma arrivano dai suoi geni, dalla storia e dalla propensione geopolitica che la Turchia ha nei confronti del mondo circostante.

Quindi le mire che Ankara ha nei confronti del Medio Oriente, dell’Europa, del Nord Africa, del Caucaso, dei Balcani, dell’Asia occidentale e la proiezione sui mari, il mare Mediterraneo, il Mar Nero e anche il Mar Rosso, beh, quelle rimangono. Sono ormai una nota forte, una nota distintiva che la Turchia ha e che, a questo punto, i leader del partito repubblicano che hanno vinto le elezioni amministrative devono adottare. Devono cercare di dimostrare di essere forti anche sulla politica internazionale.

Il partito repubblicano è pronto?

Su questo il partito repubblicano, sulla proiezione della Turchia, sulla propria visione internazionale, deve ancora lavorare molto.

Al variare del leader come cambia la posizione della Turchia in merito al rapporto con l’Unione europea?

L’Unione europea rimane il dossier minore. L’ingresso nell’Ue è sempre stato il dossier più importante ma dato che è stato disatteso, completamente, soprattutto da parte europea, i turchi ormai da anni non ci credono più, pensano di essere stati presi in giro.

Quindi la Turchia ormai guarda altrove, guarda al rapporto con la Russia, guarda ad accordi con la Cina, guarda a espandersi a est; quindi, nei territori turcofoni dei vari ‘Stan’ dove la Russia ha abbandonato la propria presa e che si riconoscono nell’islam forte che la Turchia propugna. La Turchia guarda all’Africa, al Nord Africa e anche all’Africa centrale, guarda al Corno d’oro e quindi guarda anche al Mar Rosso. È una Turchia scottata dall’avventura europea.

Dunque, la Turchia nutre ambizioni da potenza regionale?

No, direi mondiale. Attualmente è una potenza regionale ma la Turchia ha ambizioni molto forti. La Turchia pensa, da qui a trent’anni, di diventare il quarto paese al mondo dopo la Cina, Stati Uniti e la Russia. La Turchia pensa nel 2053 di espandersi con ambizioni commerciali, diplomatiche forti e di riuscire a creare una sorta di Grande Turchia, in modo da diventare una potenza globale.

Sono piani studiati ed elaborati all’interno degli uffici studi di Ankara. La proiezione della Turchia è quella di un paese giovane, perché la media di appena 32 anni contro i 50 circa europei, e molto ambizioso.

Nella zona curda ci sono stati scontri elettorali che hanno causato un morto e alcuni feriti. Dobbiamo aspettarcene altri?

Gli scontri nella zona curda sono, ahimè, fisiologici. Piuttosto il voto nelle zone curde conferma la forza, le ambizioni, la volontà di affermarsi da parte del partito filo curdo che non è mai riuscito, in passato, ad avere delle affermazioni forti sul piano nazionale, ma ormai da qualche anno a questa parte la sua voce si sente forte anche all’interno del Parlamento di Ankara.

Quindi gli scontri, è vero, ci sono, ma non mi preoccuperei più di tanto, fanno parte della normale dialettica che avviene durante il confronto elettorale.